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MELA MONDI'

RECENSIONI

Cara Mela,
perdonami dell’enorme ritardo con cui ti scrivo. C’è sempre un mare di cose da fare e tali da non poter essere rinviate, con una quotidianità sempre più complessa, a parte i problemi di salute (l’età avanza!), più i libri che arrivano in continuazione (ed è impossibile leggerli tutti) eccetera. Ho un bel dirmi che è meglio così anziché annoiarmi. Resta il fatto che Elide e io siamo soli (i figli lontani) e dobbiamo sbrigare noi ogni cosa, altrimenti le faccende restano, per così dire, ‘ammataffate’! E i giorni scorrono uno dopo l’altro.
A intervalli ho letto il tuo romanzo. E’ un libro di alto livello, meriterebbe ampia considerazione e attenzione, condotto com’è con decisa perizia narrativa. Finezza di scrittura e accorta “regia” nello svolgimento delle vicende lo rendono esemplare, specie nella sua valenza memorialistica. Racconto, ma anche “documento”, di un ampio periodo storico (che si direbbe di “transizione” se, in fondo, tutte le ‘epoche’ non lo fossero), in cui si verificarono, sotto gli occhi, radicali mutamenti, in vario modo e con diversa intensità percepiti dalle dramatis personae. E’ messa a fuoco - attraverso le vicende dei personaggi, tutti in vario modo e perfettamente delineati - una larga fetta del secolo scorso, il lento e veloce (spesso terribile) XX secolo: dagli anni quaranta alle sue ultime propaggini, in particolare dagli ultimi barlumi, in Sicilia, del “feudo”e dal tramonto della civiltà contadina al consolidarsi della società consumistica e così via.
Non di rado l’ottica del presente (quella che, in altro contesto, ho avuto modo di chiamare “illusorietà del presente”) si pone come fuorviante, ci impedisce di coglierli appieno, tali mutamenti, lì per lì, nel flusso vitale, nello scorrere inesorabile del tempo. Il romanzo li coglie lucidamente, nella sua squisita valenza narrativa (evitando, ad esempio, di scadere nel ‘saggistico’). Non possono trascurarsi altresì la dimensione ‘pedagogica’ e soprattutto quella esistenziale ed etico-religiosa, che ne fanno anche un’opera di pensiero.
Romanzo composito e complesso, di accattivante lettura come solo le migliori opere di narrativa sanno essere. Complimenti. Davvero, un bel lavoro. Peccato che in un milieu letterario così scombinato (spesso artefatto) come il nostro, opere di tale riguardo non riescano ad avere tutto il risalto che meritano. Ma l’importante è che i libri veri, i libri di sicura rilevanza, ci siano (al di là degli orchestrati successi), che siano venuti alla luce e siano andati in giro. Il tempo, in complesso ( prima o poi, comunque più di quanto non si creda), si comporta meglio degli uomini che lo ‘abitano’.
Statti bene. Ti scriverò al più presto possibile, per dirti degli aforismi di Vito, che spero stia meglio in salute e che vorrai salutarmi.
Cordialità vivissime
Lucio


Mela Mondì Sanò

Le recensioni
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MELA MONDI’ SANO’ ALLA CORTE DEL NONNO masticando liquirizia (romanzo)
Prefazione di Salvatore G. Vicario
Collana di narrativa: The Best Edizioni Agemina Firenze ISBN 9788895555102
Pagg. 328 Euro 19,00


Presentazione Prof. MARIA FERLITO

Leggere il romanzo di Mela Mondì Sanò “Alla corte del nonno masticando liquirizia” è come immergersi in un ambiente particolarmente suggestivo, in cui usi e costumi siciliani emergono da quadri paesaggistici a volte delicati e profumati di zagara e ginestra a volte selvaggi, con vegetazione spontanea ed intricata.
Melodia è lo stormire delle fronde ed il sussurro dei ruscelli.
Queste voci della natura, riflettendosi sulla vita interiore dei personaggi, sembrano trasmettere storie antiche e moderne di sottomissioni, di sofferenze e mal celata voglia di cambiamento. Il vento, però, porta via ogni passione unitamente al buon odore di terra lavorata. Tuttavia nel lento trascorrere del tempo si osservano considerevoli mutamenti politici e si costituisce uno scenario ove le civiltà più diverse hanno lasciato segni indelebili nell’arte e nell’animo degli abitanti.
E’ un romanzo che presenta oltre ad un rilevante scavo biografico e psicologico, un puntuale quadro della vita umana, circoscritta ai piccoli interessi privati, in una fase di profonda e contraddittoria trasformazione sociale.
Con un sapiente gioco costruttivo la scrittrice alterna alle parti narrative fatti storici, documenti e versi, offrendo uno specchio nitido e significativo dell’epoca e dell’umanità rievocate.
Notevole risulta quindi il coinvolgimento emotivo del lettore, che oltre ad essere portato ad un’attenta ed intelligente meditazione è anche sollecitato ad immaginare spazi e tempi ricchi di nuove dimensioni di significato.
La lettura di questo romanzo risulta ancor più avvincente per la connotazione delicata e struggente della narrazione: fantasia e realtà si fondono offrendo sapere e sogno in una pregnante atmosfera di ricordi. Questi non si snodano in ordine cronologico bensì spontaneamente, così come affiorano alla mente della protagonista, Isabella, attraverso numerosi flash back. Inoltre essi si mescolano e si intrecciano con contraddizioni e nuove tendenze, creando un testo dalle mille sfaccettature che si conclude con un soffio di imprevisto.
L’opera, articolata in diciotto capitoli, è suddivisa in paragrafi numerati che scandiscono determinate vicende.
Il linguaggio ben curato, i numerosi attinenti riferimenti,i ricordi esposti e disposti con considerevole perizia, fanno sì che questo lavoro di Mela Mondì Sanò sia consigliabile non a chi cerca nella lettura solo un momento di piacevole evasione, bensì a coloro che amano leggere riflettendo, gustando ed apprezzando quanto di dotto affiora tra le righe della narrazione abilmente costruita.

Palermo 14/04/09
Professoressa Maria Ferlito





MELA MONDI’ SANO’ ALLA CORTE DEL NONNO masticando liquirizia (romanzo)
Prefazione di Salvatore G. Vicario
Collana di narrativa: The Best Edizioni Agemina Firenze ISBN 9788895555102
Pagg. 328 Euro 19,00


Presentazione di Antonella Lusco
ALLA CORTE DEL NONNO MASTICANDO LIQUIRIZIA.


Buona sera a tutti ed in caloroso benvenuto alla presentazione del romanzo di M.Mondì Sanò”ALLA CORTE DEL NONNO MASTICANDO LIQUIRIZIA” che in questi giorni vede la sua riedizione.
All’Autrice, oggi qui con noi, va il nostro ringraziamento per aver gentilmente accettato l’iniziativa e soprattutto per averci resi partecipi di una delle sue più importanti produzioni letterarie,ed in particolare di un’opera che in molti di noi ha fatto rinascere il piacere e l’interesse per la lettura con la prospettiva di attrarre anche i nostri alunni.
Infatti, da coordinatrice del progetto “Confronto con l’autore” che l’Istituto Comprensivo di Acque dolci, con il sostegno della Dirigente scolastica, dottoressa Carmela Musarra, ha messo in atto, posso affermare che la lettura del libro “Alla corte del nonno masticando liquirizia” ha appassionato i giovanissimi alunni delle medie, classi terze, del nostro Istituto, che a loro volta su segnalazione dei docenti, in una proficua ed entusiasmante collaborazione hanno condiviso la scelta di pagine significative al fine di comporre l’affascinante scenario bio-antropologico che l’autrice offre del Parco dei Nebrodi.
Ci dispiace aver dovuto tralasciare numerose pagine, bellissime e profonde, avendo preso atto che esse contenevano metafore di difficile decodificazione da parte degli alunni.
Tuttavia il romanzo è stato e rimane un valido strumento di appoggio per avvicinare gli alunni alla letteratura contemporanea, attraverso l’attività didattica, in quanto offre numerosi input per esplorare tanti versanti della conoscenza: da quello mitologico a quello storico-geografico-sociale, da quello culturale a quello naturalistico- ambientale.
Inoltre il libro, nel grande mare magnum di certe scritture usa e getta a-sintattiche e linguisticamente povere, messe oggi sul mercato dall’industria editoriale, offre al lettore un modello di scrittura in cui l’immaginazione intrecciandosi con le parole fa scaturire una prosa realistico-poetica, concettualmente ricca e lessicalmente colta.
Tutto questo rende il romanzo fruibile come progetto scolastico là dove nell’insegnamento corre il dubbio che a causa della società mass-mediatica, che ha sostituito la parola con l’immagine (che ci richiama l’era de graffiti) impoverendo il linguaggio, trasformato in mezzo di offesa e di difesa, i giovani diventano “bulli” privati come sono dello strumento della parola che per ridarla ai contadini delle terre del suo esilio, Don Milani ha speso la sua vita.
L’attenzione a questo romanzo, per i risultati che ha dato, si è rivelata produttiva per far capire ai ragazzi il concetto di “linguaggio pertinente” che noi docenti abbiamo ritenuta una delle vie maestre per fare uscire i nostri giovani dalla massificazione.
Il romanzo dona in questo senso ossigeno alla nostra lingua agonizzante offrendo esempio di una bella prosa,con una sintassi paratattica entro cui la parola si riappropria della sua dignità e del suo fascino per la ricchezza polisemica e di alto e variegato registro suscitando emozione e riflessione, l’attenzione della ragione e l’ascolto del cuore.
Al lettore adulto l’intricata vicenda suscita un ripensamento esistenziale e lo spinge a rivedere vicende e situazioni storiche .





Mela Mondì Sanò

recensioni

MELA MONDI’ SANO’
ALLA CORTE DEL NONNO masticando liquirizia (romanzo)Prefazione di Salvatore G. VicarioCollana di narrativa: The Best
Edizioni Agemina Firenze ISBN 9788895555102 Pagg. 328 Euro 19,00


SIENA: festival internazionale del libro
RELAZIONE della dott.ssa Giuseppina Corona (Università di Messina)
alla presentazione del romanzo
di Mela Mondì Sano’


Mentre leggevo il romanzodi Mela Mondì Sanò mi venivano in mente le parole di Cesare Pavese il quale da qualche parte dice:

” Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via, un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.”
Anche per Mela Mondì, Alla corte del Nonno masticando liquirizia, emerge il Paese, evocato, tra le pagine del romanzo, come la Valle, ed alla fine cioè il territorio, e ne costituisce l’ossatura nascosta ma immanente, testimone muto delle vicende umane.

La scrittrice ne parla così: “Il paesaggio ruota lentamente,come su una piattaforma girevole,e mostra tanti punti di vista, moltiplica le prospettive, che racchiude in un perfetto essere” lì e sempre”. Sicchè la Valle suscita in ciascuno un autonomo impeto visionario che trascende i limiti della comunicazione verbale.” In qualsiasi modo si guardi si tratta però, sempre dello spazio reale, fisico che appartiene anche al sogno, ai ricordi struggenti e gioiosi, agli oggetti legati ad un ambiente, ad un’età remota nel tempo avente profonda risonanza interiore: anfratti di boschi, sorgenti nascoste, lunghe trazzere che si snodano per i monti Nebrodi, a volte nascoste nel verde intenso e deciso dei castagni e che poi ad un tratto si perdono in ampie radure isolate dal cielo, per poi tornare ad immergersi tra le chiome dorate e rosso ruggine delle splendide faggete che, come una mandria di cavalli dalla liscia ed elegante corteccia , galoppano verso le Rocche del Castro o il Biviere di Cesarò per specchiarsi nelle acque luminose insieme al grande Etna, che troneggia bianco, sovrastando uomini, donne e natura.
La protagonista, Isabella, tratta dei Nebrodi come della Valle, cioè come spazio e luogo dove stanno nascoste le proprie origini, dove affondano lontane le proprie radici, il proprio inizio, che per ogni uomo, per ogni donna è come se fosse poi l’inizio del tutto, perché al di là di quell’incipit nulla gli è dato sapere.
Isabella non ha la mentalità chiusa e timida della donna cresciuta all’ombra delle rocce, è curiosa, è una donna che parte, che si integra con culture diverse, ma, a qualsiasi latitudine si trovi le distanze non costituiscono barriere alla sua voglia di rivedere subito la sua “adorata Valle”. Infatti la vediamo spesso piantare tutto, lasciare anche i figli e correre verso quella dimora che le è causa di una struggente nostalgia.

Attraverso la storia della protagonista il territorio dei Nebrodi risalta con le sue componenti paesaggistiche, naturalistiche, geografiche, i suoi confini fisici e monumenti naturali (montagne, fiumi, torrenti, radure, grotte, valichi, orridi, etc…) che spesso rappresentano nel romanzo punti di contatto, di comunicazione e di conoscenza tra uomini e popoli, ma anche punto di ostacoli, fonte di litigiosità ed antagonismo.
L’autrice non perde occasione però per sottolineare che quanto più, nel territorio, i soggetti umani tendono a chiudersi in caste tanto più il luogo della memoria cessa di essere centro di evoluzione dell’uomo, della sua crescita sociale, spirituale, economica, culturale.
La Valle tuttavia resta nel romanzo lo spazio fisico e reale ove trova compimento il progetto umano, ogni singolo progetto umano anche se allo stesso tempo si manifesta come teatro di scambi, di lotte, di storie d’amore, di sofferenza, luogo e tempo dello snodarsi ed incrociarsi di mille destini.
E nel romanzo della Mondì è tutto un incrociarsi di destini a partire dai Siculi e dai Greci, dagli Ebrei e dai Mussulmani per giungere ai Borgognone-Gonfalonieri e finire con i Ravuzza.

Sarebbe però artificioso volere individuare il destino di ciascun personaggio poiché esso alla fine si rivela come il prodotto di una rete di relazioni che portano la protagonista, Isabella, da un capo all’altro del mondo e, come per una metafora illeggibile, sempre più a Sud.
Il lettore entra subito in sintonia con la Valle, a meno che non abbia “l’anima del turista frettoloso”. Isabella la protagonista e voce narrante dice: “Per me entrarci è come compiere ogni volta un rito di iniziazione, perciò prima di posarvi il piede bisogna che convogli i canali delle emozioni per lasciare, poi, scorrere dentro l’anima rinnovata dalle lievi notti profumate ed abbandonarmi alla dolce insonnia sotto una luna misteriosa che anticipa i miei passi nell’alto del cielo…Tante lune popolano la Valle ma la più bella scivola sotto la limpida acqua della fiumara spingendo indietro le ombre che appannano i giorni…” La Valle diventa un universo e nel “silenzio l’orizzonte miticamente si sfrangia e balzano vive le entità galleggianti in un tempo infinito dal fondo insondabile.”
Nel mondo della protagonista, infatti, pian piano che diminuisce la distanza tra il mondo umano e quello naturale ci si avvicina drammaticamente a tutto ciò che prima era avvolto nel mistero e sacralizzato. Infatti la storia, che per più capitoli scorre lenta, placida, come l’acqua d’estate al centro della fiumara ad un tratto sopra di sé il cielo si annebbia, e le acque si gonfiano modificando i registri della narrazione.
Nella Valle ci sono quelli che comandano e ci sono quelli che ubbidiscono, ci sono quelli che aspettano l’ora del Vespro e ci sono quelli che, come il popolo di Micene, si accontentano di un posto nel coro, ci sono quelli che economicamente la possiedono e ci sono quelli che la desiderano, quelli che la coltivano e quelli che ne prendono i frutti.
In queste dinamiche c’è un mondo di ingiustizia e d’iniquità, retaggio e perpetuazione di un paradigma medioevale che nonostante le leggi ed i cambiamenti storici resiste anche se il suo volto è invecchiato, rugoso e decadente come i muri della Magnesia, la villa dove si sgrovigliava la corte del nonno.
E così gradualmente la Valle si carica di significati umani, di illusioni e delusioni che si vanno strutturando in una serie di interrelazioni e correlazioni tra lo spazio fisico, naturale e tempo della quotidianità, entro cui scorrono i rivoli dei dubbi e delle incertezze della protagonista, dubbi ed incertezze che vediamo esplodere come Verità, in una notte tremenda in cui anche coloro che erano state persone da riverire si rivelano idoli imbarazzanti, personaggi di “carton gesso” mentre contemporaneamente, “l’adorata Valle” diventa un ammasso di fango e rovine.
È uno scambio reciproco tra persone e territorio, le une influenzandone e modificandone, nel passaggio “dal contado all’imprenditoria” l’aspetto esteriore e purtroppo a volte intaccandone con il cemento armato anche il corretto equilibrio bioecologico, l’altro rivestendo una parte certamente da protagonista nella incidenza sulla formazione culturale dell’uomo, del suo modo di vivere e relazionarsi con il resto dell’umanità, con le cose e con se stesso.
È necessario riuscire a cogliere l’identità dei Nebrodi, sì, perché anche lo spazio ha una propria identità, costituita dalle sue molteplici componenti e dalle loro correlazioni, per capire la stessa trama del romanzo.
Ma il lettore non tarderà ad accorgersi che la storia di Isabella, ad un certo punto diventa “Io narrante” dello stesso territorio, della Magnesia, del Castello, della fortezza Gigantopeca, della Fiumara, del feudo,come racconto di una verità, costruita nelle Ere geologiche prima e nei millenni di storia dopo, che ha portato al delinearsi di configurazioni storiche di destini che sono il frutto dell’interazione dell’uomo con i luoghi per i quali ogni membro della famiglia Borgognone Gonfalonieri è disposto a giocarsi affetti, denaro e valori, pur di non perdere i luoghi dell’anima.


E così, Alla corte del Nonno masticando liquerizia, nell’intreccio del racconto della Mondì si avverte continua e forte, ma celato, come un tenue sottofondo musicale, il profumo del sottobosco nebroideo, inteso come spazio adibito alla rappresentazione della tragedia umana, di un modo di concepire e abitare un luogo e/o un tempo che si sviluppa dal sedimentare ed evolvere di vicende, esperienze, fatti tragici e gioiosi, che si intrecciano e si rincorrono lungo la trama del romanzo, in un continuo mutare di condizioni di vita e mezzi, di rapporti tra uomini e donne che appaiono in costante metamorfosi al mutar delle prospettive, al relazionarsi con luoghi e cose, antichi conventi, casolari abbandonati, chiostri, ospedali, fabbricati sventrati dalle bombe della guerra, spazi appartati e solitari nei quali si è a tu per tu con la natura e con se stessi in un dialogo interiore profondo, con il selvaggio, con il favoloso non ancora corrotto dal ragionamento dalle scelte della vita, con i mobili antichi di una casa, vecchi angoli di una città, fotografie ingiallite...
Gli oggetti, i luoghi entrano in colloquio con la scrittrice, diventano motivo di sensazioni raffinate e di evasioni della mente nella fantasia, o per meglio dire nelle praterie della memoria dove, un po’ per tutti noi, il reale si mischia nel fantastico, nella trasfigurazione della banalità quotidiana.
Gli spazi, anche e soprattutto quelli relativi agli ambienti natali, diventano in ogni pagina spazi dell’altrove.







MELA MONDI’ SANO’
Alla Corte del nonno masticando liquirizia
Collana di narrativa: The Best
Presentazione di
Salvatore G. Vicario
Ed. Agemina 9788895555102

Pagg. 328 – Euro 19,00


Cimentarsi nel campo del romanzo fu, in passato, arte sublime e raramente affrontata con spregiudicatezza o dilettantismo. La letteratura ci tramanda capolavori sotto tutte le latitudini e in tutte le lingue. Così almeno è stato sino alla metà del secolo scorso.

Nell’ultimo mezzo secolo, sull’onda del cosiddetto “diritto alla cultura per tutti” abbiamo assistito al proliferare irrefrenabile di carta stampata, purtroppo, sempre meno attenta alle regole grammaticali e sintattiche.

Ricordo che Federico Zeri mi diceva, fra il divertito e l’indignato, che tutta l’Italia avrebbe dovuto avere certamente un inestimabile patrimonio culturale, visto che si bandivano in ogni angolo della nazione oltre duemila premi letterari ogni anno. E proseguiva tuttavia con una provocazione: «Sfiderei chiunque a citarmi in due minuti cinque titoli delle opere premiate nell’ultimo anno.» Concludeva con un amaro «Carta straccia.»

Oggi mi assumo la responsabilità di presentare al lettore questo lavoro di Mela Mondì “Alla corte del nonno masticando liquirizia”, dopo averne centellinato pagina dopo pagina il testo. Avverto subito che non è un’opera da leggere sotto l’ombrellone: è un romanzo, certo, ma da gustare, direi da studiare; è un romanzo colto.
Per leggerlo bisogna dedicarvi il tempo che occorre; per comprenderlo è necessaria la giusta curiosità intellettuale.

La trama è già un funambolismo storico, avvitato su quello spartiacque quali sono stati gli anni cinquanta del secolo ventesimo. Fu quello il momento apicale in cui morì la civiltà agricola per lasciare il passo a quella industriale: con quella morte cessava la dominazione delle “corti del nonno”, come potevano essere chiamate le famiglie arroccate nelle tante “ville della Magnesia” dalle quali si esercitava la supremazia incontestabile sulla “Terra” da prìncipi, con i loro diritti su tutto, sancito dalla acquisizione del “mero e misto imperio”, o da marchesi, duchi, baroni, e giù giù sino ai capifamiglia, in quella società rigorosamente piramidale e patriarcale.

Nel romanzo viene subito presentata quella società, vista nelle proprie abitazioni, vuoi magioni, vuoi tuguri, nei costumi, nelle virtù, nei vizi celati, nel contesto della Valle, ove il “signore”, qualsiasi titolo avesse, era il dominatore e gli altri, tutti gli altri, anche i familiari e in modo particolare le femmine, erano coloro che gli dovevano il vossia.
La “Valle”, in quest’opera è quella del Valdemone, inglobante i valloni del Rosmarino e del Fitalia, mentre “Villa Magnesia” complicato edificio di architettura medievale con cappella dedicata a Santa Margherita, è il luogo principale che consente ancora ai parenti di “vivere i fasti del passato attraverso la galleria dei ritratti degli antenati, ciascuno dei quali era in sé un pezzo di storia della famiglia”. In questa villa - nella quale giganteggia (o spadroneggia?) la figura del “nonno” e le parole d’ordine sono: decenza, buone maniere, senso della misura - ciascuno dei personaggi del romanzo lascerà “un brandello della sua fragile esistenza”.
Verrà poi il periodo bellico di metà secolo con le fughe dai luoghi cari, con la visione della morte incombente, con la lotta per la sopravvivenza e poi con i grandi cambiamenti storici, quelli che mutano il modo di pensare, quelli che si manifestano impercettibilmente fino a quando un bel giorno, all’improvviso, tutto ciò che si conosce appare obsoleto e si è costretti a vivere in un mondo completamente nuovo: il nonno sentenzierà La nostra terra è la terra dell’eterno presente. Qui il futuro è soltanto nelle mani di Dio.
Era giunto il “nuovo”, infatti, anche alla corte del nonno: questi non approvò mai il matrimonio della figlia con il “villico”: Villa Magnesia si trasformò nel “palcoscenico sul quale si improvvisava la sceneggiata di cui i protagonisti erano le due famiglie”, i nuovi sposi gli attori, i figli “gli spettatori attoniti e confusi”.

È in questo nuovo contesto che si insinua la visione filosofico-pedagogica che caratterizzerà il romanzo: sarà il contrasto permanente fra il nonno, “convinto che lo studio sia il primo mezzo per ottenere successo nella vita individuale” e il “nuovo arrivato”, persuaso che quello studio doveva rappresentare invece solo “il riscatto sociale collettivo”; fra il primo che “aveva una specie di culto per Pitagora attraverso cui faceva capire l’importanza dei numeri, principio di tutta la realtà, o intratteneva con la lettura di poeti antichi e moderni, da Pindaro a Ungaretti, o ancora appassionava alla sofferenza di chi, come Emily Dickinson, non riusciva a conciliare l’ampiezza del mondo interiore con la meschinità del mondo esterno” e il secondo che nei suoi vulcanici dibattiti familiari martellava sempre sui temi sociali della statalizzazione o della nazionalizzazione, cari al suo credo leninista. Contrasti che condurranno i giovani a virare, pur annaspando, verso nuovi orizzonti, ma non ancora “coscienti di dovere operare il passaggio dal privilegio ereditario al privilegio del merito personale”.

Non voglio insistere più sulla trama del romanzo, preferisco invece fermare l’attenzione sul messaggio che la Mondì ha voluto inserire decisamente nel testo. Il messaggio è, a tutte lettere, solo di pace e di amore. La conquista della libertà sarà un tema dominante: ma sarà ancora “una riflessione sulla stoltezza umana che alla sapienza ha preferito l’audacia dell’intelletto, alla contemplazione la fatica dell’azione, all’amicizia il veleno della discordia, all’unità lo strazio della divisione”.






Alla Corte del Nonno masticando liquirizia
di Mela Mondì Sanò
Prefazione di Salvatore G. Vicario
(Romanzo) Collana di narrativa: The Best

Edizioni Agemina - www.edizioniagemina.it
ISBN: 978-88-95555-10-2
Pagg. 328 - Prezzo: € 19,00

Recensione di Renzo Montagnoli

Varrebbe la pena di leggere questo romanzo almeno per la descrizione del paesaggio nebroideo, una serie di affreschi di pregevolissima fattura che ci introducono in un mondo di rara bellezza, con questa valle che degrada verso il mare, colorata dai frutti degli aranci, assopita nelle giornate torride d’estate, sconvolta ogni tanto da furiosi temporali. Viene voglia di andarci subito per vedere con i nostri occhi, per toccare con mano, per lasciarsi inebriare dal profumo intenso delle zagare.
Ma il vero tema dell’opera non è il paesaggio, pur se importante nella struttura, rappresentando di fatto la tela su cui l’autore ha trascritto la vicenda.
Questo libro, in effetti, vuole parlare dei profondi sconvolgimenti avvenuti in poco tempo in una società immobile da secoli, di stampo quasi feudale, in cui i nobili erano tutto, mentre gli altri, i cafoni, erano allineati sul gradino più basso di una scala che impediva loro di risalire.
Il tutto avviene, nel racconto della protagonista Isabella, in un arco di pochi anni, all’incirca fra il 1930 e il 1960, con in mezzo una guerra che non poco ha pesato in questo stravolgimento.
Per parlare degli altri occorre prima guardare dentro di sé ed è quello che avviene per il personaggio principale che rivede fatti, uomini, donne con il filtro della memoria, forse un po’ sbiadita, ma sempre volta a comprendere i perché di tante cose.
E’ quasi una saga familiare, con la figura carismatica del vecchio nonno, un patriarca di nobile lignaggio che tiene apparentemente i fili del tutto, ma nella consapevolezza che il mondo da cui viene inevitabilmente è destinato a finire. In questa famiglia i vari componenti sembrano un blocco compatto, ma presi uno a uno rivelano le piccolezze degli uomini, gli egoismi schermati da un formalismo di maniera.
Lei, Isabella, è l’ultima generazione ed ha come riferimento una madre contessa, mentre il padre, avvocato, ha come genitori dei cafoni. E’ estremamente simbolico questo, perché rivela una caratteristica che è propria di quel periodo di tempo, a cui la guerra e il primo dopoguerra hanno contribuito in modo determinante.
Con Isabella avviene un passaggio dal mondo feudale, già incrinato dal matrimonio fra un plebeo e una nobile, a una modernità che dà vita a un ceto medio, relegando a un mondo di ricordi la nobiltà.
Mela Mondì racconta e si racconta, riflette, ci offre una figura di nonno di grande rilievo, nella sua complessità, un uomo di grande cultura, tutto teso a mantenere unita la famiglia con i suoi privilegi, ma anche attento a cogliere il passaggio del tempo, a tendere la mano o a mostrare i pugni, a stare con un piede nel passato e con l’altro nel presente.
Pagina dopo pagina è anche una continua ricerca della verità, per sapere delle proprie origini, ma le verità, sulla scia del pensiero di Luigi Pirandello, sono tante e alla fine si riveleranno tutte false con la scoperta di un fatto di grande rilievo e di cui voglio tacere, per non togliere il piacere della lettura.
Ne risulta un romanzo di grande fascino, che, al di là della vicenda, è un’approfondita analisi sociologica, con elementi anche filosofici, una fusione di strumenti in grado di dare risposte alle inevitabili domande che l’autore e il lettore finiscono con l’imporsi.

Mela Mondi Sanò è nata a Torrenova (ME). Laureata in Pedagogia, abilitata in Scienze umane e Storia, ha lavorato nella scuola: prima come insegnante e poi come capo d’Istituto.

I suoi interessi culturali sono molteplici. Infatti ha scritto e pubblicato di pedagogia, di matematica, di storia.
La stampa e la televisione si sono occupate di lei per le iniziative socialmente significative che ha espresso fin da giovane, quando nel 1957, unica donna siciliana, si presentò a “Lascia o Raddoppia” e vinse il massimo premio.

Nel 1984 ha pubblicato “Da Pietra di Roma a Torrenova” (ed. Pubblisicula ), un libro che aiuta a scoprire l’identità di un paese istituito a Comune autonomo.

Ha ricevuto riconoscimenti nel campo della poesia. Nel 1994 ha ottenuto il premio internazionale di poesia “L’Acàlypha” con il libro “Razza della mia terra” ed. Agemina.

Impegnata nel sociale ha conseguito:

negli anni 1970/80 la specializzazione nell’educazione degli alunni stranieri;
nel 1996 il diploma triennale in formazione politica al Centro Arrupe di Palermo. È stata consigliere nazionale e poi presidente provinciale del M.I.E.A.C. (movimento di impegno educativo dell’A.C.).

“Alla corte del nonno masticando liquirizia” è il suo primo romanzo. Ambientato sui Nebrodi, ci permette di conoscere ed apprezzare le bellezze storiche e naturalistiche di questo territorio oggi conosciuto come il Parco Regio.


Intervista di Renzo Montagnoli a Mela Mondì Sanò, autore del romanzo “Alla corte del nonno masticando liquirizia”, edito da Agemina.


Questo romanzo è una ricerca della verità nella storia di una famiglia nel passaggio da un’epoca in cui sostanzialmente nulla mutava a un’altra dove invece i cambiamenti sono repentini, con un rimescolamento delle classi sociali tale da dare vita a dei veri e propri ibridi. Per certi aspetti mi ricorda un po’ Il Gattopardo, mentre per altri ha una sua spiccata autonomia, soprattutto per quanto concerne un’analisi, anche impietosa, di una realtà che si va evolvendo non in modo incruento, anzi con veri e propri sconvolgimenti che porteranno a una progressiva involuzione, così che il passato apparirà oscuro, o addirittura ignoto, con tutte le nefaste conseguenze che ne derivano.

Ci vuoi descrivere la genesi di quest’opera?


Quest’opera è stata concepita nell’ambito di un interesse particolare che ho sempre avuto nei confronti del territorio Nebroideo, un interesse non soltanto ambientalistico ma, anche e soprattutto, antropologico e storico.

Il solo interesse però non basta per scrivere un romanzo in cui si mettono in gioco i sentimenti e le emozioni, ci vuole la forza del cuore che traduca in parole l’amore che senti pulsare dentro tutte le volte che vedi le ginestre fiorire o le mimose crescere spontanee nel giardino di casa tua: lucide evidenze di luoghi trasformate in entità mentali e sensibili allo stesso tempo!
E’ difficile, allora, capire dove finisce la realtà e inizia il mito, ma capisci che se non ti confronti con te stessa e con i sentimenti antichi essi potrebbero diventare ossessione.
Sono sensazioni, emozioni personali che non ci si sente, per pudore, di dichiarare e gridare alle masse, che bisogna dire e non dire…ma con quale linguaggio? Ecco allora la metafora (o l’allegoria o la metonimia...) ossia la possibilità di rendersi inaccessibile a chi possiede la forma mentis del linguaggio oggettuale e non può cogliere quel che si esprime nello stile linguistico concettuale e quindi non ti può scalfire con i suoi giudizi.
Questa operazione ti permette di dire quel che senti e come senti conservando la propria integrità anche se questo riserva soltanto ad alcuni la possibilità di penetrare il significato della scrittura (e ciò potrebbe sembrare classismo) la quale, attraverso questo tessuto tropico, non perde il suo carattere pedagogico, che a differenza dell’immagine, è tacitamente finalizzata ad aiutare a capire, a conoscere e ad esplorare l’universo dell’anima propria.
Penso che oggi scrivere sia un modo di uscire dal mondo della pletorica banalità ed aiutare gli altri a provarci.
Mi sento onorata dai “certi aspetti” per i quali accosti il mio libro al Gattopardo che per me resta la pagina insuperabile della letteratura sicula-italiana attraverso cui sembra realizzarsi il sogno di Federico II di Svevia.
Comunque nel mio romanzo il tempo datato è diverso. E’ quello in cui al vossia subentra il lei ed al lei subentra il tu attraverso cui voglio segnalare tre passaggi: dal potere della nobiltà a quello della borghesia e da questo a quello delle masse anonime. Si tratta di rapidi passaggi (di ibridismi) dal mondo della razionalità a quello della complessità, dall’ordine dei totalitarismi al disordine delle democrazie e da queste all’arbitrio delle plutocrazie: punto limite per un ritorno all’inizio, come ci ricorda Gianbattista Vico e Popper ci fa intuire con la sua teoria della falsificazione storica.

E’ esatto dire che questo romanzo è in parte autobiografico?


Oggi è il tempo delle autobiografie. Ciascuno di noi aspira ad entrare nella storia. Vediamo persone che vomitano in televisione i loro fatti privati, le loro assurde vicende personali. Si sta consolidando la convinzione che la verità è quella che io, senza contraddittorio, racconto di me. Poveri posteri quando dovranno decodificare il passato!

Detto questo devo ammettere che non esiste opera alcuna in cui non sia presente il soggetto umano che la produce.
Nel romanzo ALLA CORTE DEL NONNO MASTICANDO LIQUIRIZIA ci sono i miei pensieri, le mie idee, il mio modo di vedere le cose, le mie emozioni, che liberamente circolano nella relazione con il mondo vero o fantastico che sia, ma la vicenda non mi appartiene. Essa è esclusivamente di Isabella.
E’ una storia che il relatore al festival internazionale di Siena 2008 ha presentato “come il racconto di una Verità costruita nelle ere geologiche prima e nei millenni di storia dopo
Che ha portato al delinearsi di configurazioni storiche di destini che sono il frutto dell’interazione dell’uomo con i luoghi per i quali ciascun membro della famiglia Borgognone-Gonfalonieri è disposto a giocarsi affetti, denaro, valori pur di non perdere i luoghi dell’anima.”
Letto in questo senso il romanzo potrebbe essere autobiografico.


Mi riallaccio alla risposta alla prima domanda. In sintesi sembrerebbe trovare nuovamente conferma l’affermazione del principe di Salina laddove dice che tutto cambia per poi restare uguale. Quindi la storia è un cerchio, meglio un circolo infinito, in cui le epoche evolutive poi tracollano in involuzioni che danno luogo ad altri periodi sostanzialmente uguali. Quello che ti chiedo ora può sembrare strano: ci stiamo avviando verso un nuovo Medioevo, inteso come quel periodo di regresso immediatamente successivo alla caduta dell’impero romano? E se è cosi, potremo aspettarci una rinascita delle monarchie e magari a una disgregazione del concetto di stato come ora è concepito?

Questa domanda meriterebbe come risposta una trattazione ma voglio cominciare dicendo che mi viene difficile condividere l’idea che “le epoche evolutive poi tracollano in involuzioni che danno luogo ad altri periodi sostanzialmente uguali.”


Secondo me non ci sono epoche involute ed epoche evolute, né ci sono epoche tutte uguali ( la storia non è una notte fonda in cui tutte le vacche sono nere), ci sono epoche storiche con i loro caratteri peculiari. In esse non è mai riscontrabile una rottura radicale con il passato né con il futuro. La storia è un continuum qualsiasi siano nelle varie epoche le sue forme politico-culturali.

La paura della vita, la negazione della felicità, l’isolamento della vecchiaia, l’ossessione della malattia, il ribrezzo della morte, l’elogio del cavaliere, l’onore del vassallaggio,la ricerca di un mondo fittizio e convenzionale, il laicismo politico sono motivi del primo e tardo medioevo eppure convivono con una cultura estetizzante, con la concezione individualistica dell’uomo faber fortunae suae che sono motivi prettamente rinascimentali,così come l’empirismo convive con il razionalismo ed il relativismo con il dogmatismo pur svincolate dalle forme convenzionali della periodicizzazione storica.
Ma cos’è che permette loro di convivere dialetticamente? Io mi rispondo che è “il volto dell’uomo” che cede alla passione d’amore (Abelardo ed Eloisa come metafora) e lotta per superare contrasti e contraddizioni.
Secondo me anche la post-modernità è tutto questo+high-teach che ha preso il posto, tra virgolette, dell’arte rinascimentale.
In essa c’è il mondo medioevale, un mondo cattivo, di odio di violenza, di ingiustizia sociale, ma c’è anche la ricerca romantica del senso della vita, della relazione umana significativa.
È comunque artificioso definire un’epoca su modelli passati sperimentati un altre situazioni.
Noi abbiamo presenti tanti elementi fortemente medioevali: la globalizzazione come sostituto dell’universalismo medievale, l’impero americano, la Chiesa, la Cina (vista come gli Unni) i mussulmani ecc.. ma quel che sappiamo di certo è che il mondo attuale è in crisi, una crisi che si allunga malinconicamente nella richiesta di ordine e di regole, di pane e lavoro antiche divinità che vediamo quotidianamente morire nel ventre della globalizzazione.
Viviamo in compresenza le tragedie passate, riesumate come vessilli di vincitori, e le tragedie del mondo nuovo che con la sua mannaia abbatte credenze e sicurezze, istituzioni e riforme che la velocità del cambiamento rende illusorie e precarie.
In questo bailam non so come la Polis possa evolversi o involversi. Non so se ci sarà un Cincinnato o un Cesare, una Monarchia, o un triunvirato, ma so di certo che bisogna giocare senza maschera ai G8, così come smettere di esportare una democrazia che non è, e non perdere tempo con riforme e procedure giudiziarie che servono soltanto alla casta, non trasformare il mandato politico- istituzionale in idola tribus perché consacrato dalla maggioranza.
Urge in sostanza dare un volto all’uomo del nostro tempo.


L’impressione è che la storia si ripeta, magari con forme diverse, ma nella sostanza nulla cambia. Quindi sembrerebbe esserci un contrasto con la teoria dell’evoluzionismo, nella misura che l’uomo, rizzatosi sui piedi, in seguito non è mutato granché. Al riguardo qual è la tua opinione?

Questa domanda mi pone davanti alle leggi che presiedono allo svolgimento della storia. Si tratterebbe di entrare nell’ambito della filosofia della Storia ed il discorso si farebbe lungo e complesso, per cui sinteticamente cercherò di chiarire alcune cose.

Ci sono tante teorie della storia. Quella che chiamiamo ciclica e che esprime l’idea dell’eterno ritorno mi sembra una teoria dominata dal fato per cui essa mi risulta inceppata nella natura.
Ma l’uomo è anche cultura ed allora la teoria lineare che vede le vicende umane come una successione di novità relative, mi sembra più adatta ad esprimere la storia come processo evolutivo attraverso cui l’umanità cresce e migliora. In essa vedo l’idea di “progresso” di avanzamento morale (basti pensare che fino ad un secolo fa l’uomo della strada non sapeva cosa fossero i diritti!)senza il quale la vita mi sembra non avere senso. Anche quando pensiamo che un’epoca sia decadente, cosa che ci fa pensare alla ciclicità, secondo me è un momento di riflessione perché il processo si evolva positivamente.
Se pensiamo all’età in cui l’uomo si è rizzato in piedi come l’età mitica dell’oro di cui parla Esiodo, allora tutta la storia è decadenza e se cambiamento c’è stato esso è soltanto negativo.
Ma io non voglio pensare così. La mia idea personalissima, ma non tanto, della Storia è quella del tipo provvidenziale.
Io ragiono così: la creazione non è un sic et nunc. Il Genesi è un progetto che Dio ha affidato all’uomo il quale deve impegnarsi a realizzarlo. L’uomo è l’artista che deve trasformare l’esistente in opera d’arte. La creazione è opera affidata all’uomo e ne costituisce il fine che dà senso a tutto. Come l’artista l’uomo e la materia gemono per realizzare l’opera ( il dolore per me si spiega in questo senso), per dare un volto alla informe materia sia essa organica sia essa psichica o spirituale.
Ma l’uomo da solo non ce la farebbe, Dio nell’ombra lavora con lui e per lui.
Senza un fine, che poi può essere anche escatologico per chi crede, non avrebbe senso venire su questa terra per combattere contro i mulini a vento.
Nella mia vita sono stata sorretta sempre da questa idea della storia e forse per questo non conosco la depressione come malattia esistenziale ed ancora oggi alla mia rispettabile età vivo una vita attiva cercando di tradurre in atto le mie potenzialità e sperando sempre anche quando gli eventi sembrano congiurare contro di me.


E’ un’intervista molto interessante e abbiamo anche un po’ divagato, ma penso sia ora di tornare al tuo romanzo. Mi incuriosisce sapere il perché del titolo. Alla corte del nonno è più che comprensibile, ma perché “masticando liquirizia”?


Il titolo alla CORTE : perché la corte era quella dei sovrani di coloro che comandavano, ma la corte è anche la sagrestia dei rabbini ed il nonno non ha mai rinnegato le sue origini ebraiche. Essa però è una corte del tempo perso dove con le parole si vorrebbe cambiare l’Italia ed il mondo, dove quel che si dice è un pour parler, pettegolezzo, giudizi senza un minimo di verifica.

Si conduce una vita fuori dal tempo: si mastica liquirizia e si storpia la verità così come avviene oggi nella società contemporanea sotto il profilo politico culturale.


Hai realizzato il romanzo a cui tenevi tanto e che ti ha occupato – credo – non poco.

Al di là di quelli che possono essere i risultati, e che ti auguro di cuore che siano del tutto soddisfacenti, come ti senti ora che questa tua creatura è venuta alla luce? E già che ci sono ti formulo un ultima domanda: stai lavorando a un altro romanzo?


Mi sento come coloro che dopo aver fatto il proprio dovere sono in pace con se stessi. Per dovere , in questo caso intendo, avere risposto e messo in atto il mio talento anche se nella quotazione da uno a dieci, esso vale poco più di zero.

In sostanza ho fatto la mia parte e questo per me rappresenta il successo. Se poi per successo si intende far quattrini non penso che il mio libro avrà un successo di questo genere. Si sa che la cultura è il dominio di pochi (es: dei Vespa che volando possono portare i loro scritti di canale in canale), sempre degli stessi e finché ci sono loro non si ha da sperare. Non credo ai colpi di fortuna.
Adesso sto lavorando a Don Milani, il maestro della mia giovinezza, ma contemporaneamente lavoro ad un saggio sui problemi del Mezzogiorno.
Forse la mia fatica storico letteraria servirà ai miei posteri.
Io mi sono appassionata alla Storia di Sicilia attraverso un libro che ho sottratto al falò che la mia famiglia ha fatto dei manoscritti di un mio zio.


Grazie, Mela, per la piacevole conversazione. Ti saluto con gli auguri non solo di Natale, ma anche di successo per questo tuo romanzo.


Alla corte del nonno masticando liquirizia
di Mela Mondì Sanò
Prefazione di Salvatore G. Vicario
(romanzo)
Edizioni Agemina www.edizioniagemina.it

ISBN: 978-88-95555-10-2
Pagg. 328Prezzo: € 19,00

MELA MONDI’ SANO’

ALLA CORTE DEL NONNO masticando liquirizia (romanzo)Prefazione di Salvatore G. VicarioCollana di narrativa: The Best

Edizioni Agemina Firenze ISBN 9788895555102 Pagg. 328 Euro 19,00


Lettera di Nunzietta Bartolone

Castroreale 23-01-08


Cara Carmela (detta Mela),

intanto ti prego di scusarmi se sto usando il computer per scriverti, ma temo di dimenticare tutto quello che ho da dirti.
Ho appena finito di leggere il tuo libro “ALLA CORTE DEL NONNO MASTICANDO LIQUIRIZIA”.

Per non lasciarmi influenzare, seguendo il tuo consiglio, ho letto soltanto alla fine la presentazione del dott. Vicario. Vorrei essere capace di utilizzare le mie parole per definire il romanzo, ma forse non mi è possibile.
Mi sento, sinceramente, inadeguata.
Allora inizio con la descrizione delle sensazioni che il libro ha suscitato in me e ti assicuro che solo di sensazioni si tratta, non oserei altro, condividendo proprio quanto scritto dal dott. Vicario: “Non è un’opera da leggere sotto l’ombrellone: è un romanzo certo, ma da gustare, direi da studiare; è un romanzo colto.”

Ciò non toglie che appresso troverai quello che ho sentito come Nunzietta.

Se non fosse così e se non mi avesse attratta da subito, non ci avrei messo tanto tempo a leggerlo, lo avrei liquidato in pochi giorni o non lo avrei letto affatto.

L’ho letto per questo e per mille altri motivi: perché te lo devo, perché volevo delle conferme ai miei pensieri su di te, perché intanto mi accorgevo di fare conoscenze interessanti e notizie sconosciute fino a quel momento, perché attendevo impaziente di leggere i bellissimi versi collocati all’inizio dei vari capitoli, perché mi commuovevo scoprendo tanto di me nell’animo di Isabella.

Nelle varie lettere facevo mie alcune riflessioni fra le quali per citarne una: “La disfunzione relazionale avviene quando si ama e ci si aspetta che l’altro ci ami come vogliamo noi, ovvero l’altro si faccia pasta molle nelle nostre mani.”
Aggiungo che, secondo me, alla fine non ci si aspetta più nulla e si smette di amare. Per me il tuo è un romanzo che sembra scritto dalla mente di un uomo, una di quelle così difficile da reperire; lo attestano la chiarezza del periodare, la complessità storica, la fedeltà al contesto, la competenza politica, il coraggio di scoprirsi... anche la durezza a volte e l’intransigenza morale... mentre è evidente che è stato concepito e scritto da una donna che ha accolto la sua sensibilità scrutandosi e scrutando nel cuore degli esseri umani.
È un riuscito compromesso tra romanzo storico, sociale, politico, colto... è romanzo dell’animo femminile.
Io non sono un critico e forse non ci azzecco, ma non me ne importa nulla. Questo è quello che veramente penso e so che non ti aspetti altro da me.

Se potessi vedere ora il libro!
È sottolineato, pieno di piccoli appunti e riflessioni ai lati e col tempo lo sarà ancora di più, man mano che andrò a rileggerlo e a ricercare quello che credo contenga.

Non è un romanzo facile, infatti a volte ci si trova di fronte ad un’analisi così dettagliata, concreta e precisa, così ricca di informazioni da non sapere cosa fare per non dimenticare, perché tutto sembra indispensabile. E che dire delle descrizioni che spuntano all’improvviso, quasi al limite della poesia che sono lì a far capolino tra le righe e non ci si potrebbe aspettare altro?
A proposito di descrizioni mi riferisco, ora in particolare, a quelle dei viaggi che sembrano contenere il mondo intero!
La meraviglia mi cattura e mi viene voglia di chiederti: “Come hai fatto?” perché, per quanto tu abbia potuto viaggiare, non mi pare possibile che sia andata in giro tanto quanto traspare dalle pagine del romanzo.

Non ti nascondo che se non conoscessi la tua fede in Gesù Cristo, a volte, mi sono sentita alla presenza di uno sciamano che simbolicamente compie viaggi nel tempo e distilla saggezza senza fare mai moralismo.
È anche un libro “giovane” nel senso che affronta le problematiche giovanili, analizzando magari i passaggi generazionali attraverso le vicende di un certo tipo di società, ma attenzionando quello che ogni giovane, indipendentemente dalla generazione di appartenenza, deve affrontare e cioè il travaglio interiore tra la realtà del momento e l’educazione ricevuta che diventa castrante per la costruzione della propria identità.

Così l’ambientazione, a volte, appare “gattopardesca” solo che qui tutto quello che apparentemente sembra non cambiare subisce comunque una trasformazione.
D’altra parte tutte le contraddizioni cessano, nel momento in cui i giovani si accorgono di non essere in grado di affrontare i rischi. Questo però non vuol significare che sono diventati vigliacchi, ma soltanto che hanno iniziato ad acquisire consapevolezza.
Per quanto riguarda la mia personale emozione: dall’inizio sino quasi alla fine mi sono sentita immersa in una situazione sospesa per così dire, cioè fino a quando la storia non mi ha, a poco a poco, sapientemente introdotta in tutta l’azione, permettendo l’ingresso a situazioni e personaggi che tra lampi e tuoni, tra cattiverie e crudeltà, tra dissipazione ed inaspettata tenerezza, tra squarci di una storia complicata e dolorosa, alla fine fanno affiorare, come dalla nube del tempo, la verità che si trasforma in una sorta di liberazione dall’inquietudine che aveva perseguitato per tutta la vita la protagonista.
Da non dimenticare, infine, l’emergere di una fede che vorrei possedere e che le parole del romanzo, nel momento in cui le leggi, sembrano farti dono, solo che, per quanto mi riguarda, quella sensazione dura poco, per lasciarmi in balia dell’incertezza e del vuoto.

Conosco già la risposta che mi daresti, ma ciò non toglie nulla alla mia eterna ricerca.
Per quanto riguarda la chiave di lettura del romanzo che mi avevi anticipato a due e che io non avevo voluto conoscere, credo di avere scoperto la mia, ed è quella che volevo. L’ho trovata nel piacere di leggere un vero romanzo, non catalogabile per un genere particolare, nel senso che il lettore è messo nella condizioni di scoprire tra le pagine quello che il suo modo di essere gli suggerisce, cogliendo il messaggio di cui ha bisogno.

Ecco perché al tuo romanzo, ritornando al dott. Vicario, bisogna dedicare “il tempo che occorre” per poterlo comprendere “e la giusta curiosità intellettuale”.
Sono convinta che ci sarebbe così tanto altro da dire, ma non so più continuare se non esprimendo la soddisfazione di avere letto un libro che si è aggiunto a quelli, e non sono molti, che tengo a lungo a portata di mano.

Un abbraccio e un grazie per avercelo donato. Nunzietta Bartolone

Nunzietta Bartolone è nativa della provincia di Messina.
Ha pubblicato tra l’altro la raccolta di poesie:
”Il tempo e le parole” edizione Federico PA

Il romanzo “Contatti al femminile” e Noialtri Pellegrino ME



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