EDIZIONI AGEMINA


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EMMA NOCERA

RECENSIONI

EMMA NOCERA

“PEZZETTINO MIO” (UNA VOCE PER LA VITA), EDIZIONI AGEMINA,
Iª EDIZIONE FEBBRAIO 2011, COLLANA I LIBRI DELL'ANIMA.

In copertina: “Autoritratto di Emma Nocera, olio su tela della stessa autrice.

CENNI BIOGRAFICI:
Laureata in Lingue e Letterature straniere, originaria di Reggio Calabria, si è radicata a Pistoia dove ha esercitato la professione di Insegnante.
Si è affermata validamente quale poetessa e scrittrice a partire dagli anni '80 con significative pubblicazioni di raccolte poetiche (“Dal vero”, “Le pietre della memoria”), romanzi e racconti su varie riviste letterarie (“La fiumara”, “Donne e tarocchi”).
È nota per la sua attività di pittrice: ha allestito mostre personali e partecipato a collettive di rilievo. Nel 2004 ha dipinto per il Comune di Pistoia il Palio della Giostra dell'Orso.

RELAZIONE DI “SILVIA RANZI”
Alla Biblioteca Forteguerriana di Pistoia

Il romanzo, oggetto di presentazione in questa serata, “Pezzettino mio”, ha come fulcro tematico la maternità consapevole nell'apertura cosciente alla tutela del diritto alla vita.
Lo stesso diminutivo-vezzeggiativo del titolo preannuncia quell'intonazione colloquiale che impronta il testo narrativo e intride la quotidianità, segnata dall'irriducibile sfera degli affetti, cuore semantico dell'esistere.
La protagonista Maricchia, soprannome di Maria, è una donna che vive un dramma pregresso - abbandonata dalla madre nell'infanzia e cresciuta in un istituto - si trova a fare i conti con una maternità non programmata, ingannata da un'esperienza d'amore transitoria, aggravata da una situazione economica difficile.

CITAZIONE:
“Ora pensavo a voce alta, mi sentivo vittima e colpevole dell'esistenza di quella vita, piombata dentro di me a tradimento”

Si tratta di un sofferto e serrato monologo interiore, condotto a cuore aperto, nell'assunzione di una maternità incipiente, ora combattuta, soppesata, accolta. Sentimenti di complicità e litigio, gioia e sconforto, risentimento e rimpianti, si alternano, accompagnando il dialogo intimo con il piccolo che sta per prendere forma nel suo grembo.
Lo snodarsi della vicenda presenta il valido intrecciarsi di due registri espressivi: da una parte l'intensa liricità dei conflitti interiori declinati nella dinamica narrativa di vicissitudini, incontri ora decisivi, ora contradditori che scandiscono la diacronia delle sequenze; dall'altra gli spunti argomentativi delle riflessioni prese in esame dalla stessa protagonista nella difficile scelta di interrompere o portare a termine la gravidanza, evento-nascita dell'irrepetibilità di un nuovo essere catapultato nell'esistenza.
Emma Nocera con raffinata sensibilità e uso vivo della lingua cattura la coscienza del lettore, focalizzando nella figura di Maricchia il tema della solitudine della donna dinnanzi all'esperienza radicale della maternità e pone l'accento sulle oggettive difficoltà del ruolo femminile nella complessa società di massa odierna, caratterizzata da una diffusa “solitudine multipla”- secondo la definizione che ne dà l'antropologo francese Marc Augè - insidiata da un generale relativismo etico: ora anestetizzati dalla cultura dell'effimero e bombardati dal consumismo mediatico nella banalizzazione dei valori, ora dominati dalla precarietà dei rapporti nella deresponsabilità e fragilità delle identità.
Il tema spinoso, che affiora nell'intercalare della trama narrativa attraverso squarci dialettici emergenti nella confessione intima, è la scottante prassi dell'abuso dell' aborto preventivo legalizzato (legittimo, gratuito, assistito), che prevede il consenso dei genitori per le minorenni, sino all'utilizzo della pillola del “giorno dopo”, per estendere la riflessione su tematiche di bioetica di sconcertante attualità come la fecondazione in vitro, il dibattito sul reale inizio del concepimento di un nuovo essere (ovulo fecondato, embrione, feto) fino all'aberrazioni di possibili clonazioni nell'eugenetica.
Luci ed ombre dell'avanzare del progresso nel difficile equilibrio tra ricerca scientifica e la necessità antropologica di un destino per il genere umano che non renda l'uomo schiavo dei suoi istinti e dell'assolutizzazione della tecnica, ma lo liberi nella sua più autentica dimensione creaturale.
Spunti argomentativi che comunque restano sullo sfondo della poetica vicenda, incentrata sulla tensione ideale positiva che scommette sulla vittoria della difesa della vita.
Il racconto si carica di un'atmosfera rarefatta tra sogno e realtà nella ritualità del ricordo, intriso di sapori mediterranei: delinea ora a tinte marcate, ora soffuse il difficile percorso interiore intrapreso dalla protagonista, rasserenato da notazioni paesistiche e naturalistiche dal morbido pittoricismo rappresentativo.
Un libro lineare e propositivo in cui l'autrice con estatica naturalezza e sapienza creativa regala ad un pubblico ampio l'itinerario spirituale di una donna in procinto di scoprire la straordinarietà e la bellezza dell'esistere pur nelle avversità, in forza della reciprocità del relazionarsi, nella donazione di sé ad un nuovo essere, chiamato all'esistenza in qualità di persona nella verità e nell'amore.
Come ci ha testimoniato la grande figura di pastore, teologo e poeta, Giovanni Paolo II : la vocazione dell'essere umano è quello di autotrascendersi ed aprirsi all'altro nella comunione e in forza della polarità maschile-femminile, non può esistere solo (Gen.2,18), ma è sempre in relazione secondo le modalità di un amore esigente.

La maternità è l'esperienza più toccante e umanamente gratificante di questa unità-duale nella fecondità e procreazione che le istituzioni hanno l'obbligo di sostenere ed assistere negli oneri e nei doveri per un sì alla vita.
Al centro del romanzo c'è la considerazione importante del concetto di libertà come discernimento etico, nella difficile dialettica tra bene e male, nel suo dispiegarsi storico e personale, nella sfida capace di costruire un tessuto sociale al servizio del mistero dell'esistenza.
Il libro presenta un atteggiamento olistico nei confronti del reale: gli echi interiori trovano corrispondenza multisensoriale nella natura, specchio di una anima che si dibatte per scegliere la vita.
L'accostamento alla visione del mare è per la protagonista l'evocare una presenza ancestrale, primordiale, datrice di vita, simbolo di quel liquido amniotico che culla il nascituro, icona del senso di infinito che sprigiona all'orizzonte la potenza ora pacifica, ora tempestosa delle acque, nell'immensità dei vissuti.

CITAZIONE:
“Amavo il mare, lo amavo tanto. Correvo da lui quando avevo bisogno di un amico, andavo a raccontargli le pene e le angosce della mia vita, e mi arrabbiavo col mare quando i conti fra la vita e me non mi sembravano esatti. Lo invocavo nei pericoli, proprio come si invoca la madre”.

Parole testuali che esaltano il senso cosmico nella diversità creaturale delle forme biologiche di cui l'uomo è parte integrante, partecipe al flusso vitale delle specie dinnanzi alla meraviglia dell'evento-nascita


CITAZIONE:
“Allargai le braccia e strinsi l'albero, con tutte le forze. Mi si calmò il cuore e mi sentii viva. Rimasi abbandonata a quell'abbraccio che ora racchiudeva la forza di tutti quelli che mi avevano negato l'amore.....Mi sedetti ai piedi dell'albero e assunsi la posizione fetale abbracciandomi le ginocchia, quasi volessi proteggere la pancia dove avvertivo la presenza di una vita non programmata, non cercata, ma giunta ...sulle ali di un sogno vissuto come una favola, ascoltata coi sensi di tutte le voci della natura”

Perdita ed abbandono, amare ed essere amata, desiderio e frustrazione si giocano sulla verità dell'esistere nel confronto con persone che si affacciano nell'itinerario di Maricchia: Nazzarena, Mira, l'obiettore di coscienza, l'anziano al parco.

La dimensione allusiva dei “Paesi dei lumi”, invocata dall'autrice, diviene la metafora che nel suo valore creativo e trasfigurante si proietta nel romanzo come l'approdo significante di un ritrovato senso dell'esistere, realtà prefigurante quella speranza che nella purificazione finale, liberi dalle trappole dell' isolamento interiore per un disegno più grande.

In apparenza, dice l'anziano: “ La vita è un lampo: ti illumina, ti abbaglia gli occhi e poi ti abbandona. Nessun lampo però offuscherà mai quella luce che la vita accende dentro di noi al momento della nascita...”

SILVIA RANZI,
Settembre, 2011


NOTA INTRODUTTIVA di
Tommaso Braccesi
Presidente
Movimento per la Vita
Cav. di Pistoia


Sono rimasto piacevolmente attratto dalla toccante storia di una donna sola di fronte al dubbio di accogliere o meno la vita che nasce, narrata da Emma Nocera.
Il testo racconta il trionfo dell’amore umano che prima attraversa solitudine e disperazione ma poi si sviluppa intorno alla sorte di un bambino che nascerà.
Inoltre il racconto induce a riflettere sul tema della vita a oltre trent’anni dall’approvazione della 194. Legge iniqua e quantomeno incompiuta riguardo la prevenzione del ricorso all’aborto e il reale sostegno alle donne in difficoltà.
Rotti i muri delle ideologie, è necessario affrontare con pacatezza la corretta applicazione della 194, ma soprattutto riflettere sul fatto che oggi, nella società del benessere, molte donne sono di fatto costrette ad abortire per motivi economici.
L’aborto è un dramma che troppo spesso viene vissuto in un’assordante solitudine, nel silenzio e nell’indifferenza della collettività e delle Istituzioni. Troppo spesso manca una voce amica, una parola di conforto per le donne che si trovano di fronte alla difficile scelta fra aborto e desiderio di maternità.
Ringrazio l’autrice per aver affrontato il tema scomodo della difesa del significato della vita, in una fase storica nella quale troppo spesso la vita è ridotta a vuoto contenitore.
Concludo con un auspicio, citando le parole di Madre Teresa di Calcutta: “Promettiamoci che in questa città nessuna donna possa dire di essere stata costretta ad abortire”.



PREFAZIONE di
Domenico Asmone
Presidente
Brigata del Leoncino
(Associazione Culturale)


La modernità presunta della nostra attuale società, spesso priva o scarna di scrupoli etici ed esautorata di quei valori fondanti che regolano (o dovrebbero regolare) da sempre il nostro vivere quotidiano, costituisce il punto di partenza di questa nuova opera letteraria di Emma Nocera. L’approfondimento mira su uno dei temi etici più forti e sentiti, rendendolo tuttora attualissimo, realizzando con questo racconto un analitico approccio critico sulla legge 194. La legge sull’aborto è senz’altro figlia del nostro tempo, ove la difficoltà di percepirne i limiti, per il legislatore e per il fruitore, è palpabile.
La letteratura ha sempre raccontato l’aborto, vissuto spesso come prova oggettiva di un protagonismo esistenziale mai accettato volentieri. Questo indipendentemente dal periodo antecedente o successivo all’entrata in vigore della legge sull’aborto e solitamente indipendente anche dall’inclinazione politica del narratore. È sempre stata scelta rilevante e sofferta : “un evento complesso, che non ha eguali in tutto il genere umano. È la scelta più radicale fra tutte le scelte (...) che può contenere due estremi: la consapevolezza di un delitto, o un atto di eroismo verso la libertà della vita. L’evento con più implicazioni che una donna si trovi a vivere nell’arco della propria esistenza” 1.
In un recente romanzo di Angelo Ronsivalle “L’aborto di Luna”, che ripercorre la lacerazione, il dramma, la sofferenza di un aborto in relazione agli ambienti familiari e sociali in cui è inserito, e con un dichiarato intento dell’autore di rivendicare l’affermazione dei diritti civili, fa riflettere la tonalità dell’introduzione scritta da una donna di sinistra come Susanna Camusso: “Il racconto di Luna ha, tra i tanti, due pregi fondamentali: mettere di nuovo in chiaro che nessuna donna, nessuna ragazza, nessuna mai ha affrontato il tema dell’aborto, quella lacerante scelta, con leggerezza o con indifferenza (...) L’altro aspetto è la solitudine; e colpisce soprattutto se pensiamo alla prevenzione, al fatto che non si possa dare per scontato che ragazzi e ragazze trovino nella famiglia le risposte di cui hanno bisogno” 2.
Ecco che allora si ripresenta con veemenza la necessità di comprendere prima di tutto la responsabilità di una società immatura culturalmente, madre di un ipocrito culto del benessere e figlia di una lenta desensibilizzazione ai valori religiosi, seguita da una inerte progressiva assuefazione, bisogna dirlo apertis verbis.
Due grandi donne della narrativa italiana, Oriana Fallaci ed Elsa Morante, esprimono negli anni caldi del dibattito pro o antiabortista l’una direttamente e l’altra indirettamente una chiara posizione antiabortista, ab imo pectore.
La vedova Ida (protagonista de La Storia di Elsa Morante) accortasi di essere incinta avendo subìto lo stupro da parte di un soldato tedesco durante l’occupazione nazista di Roma, non ha neppure un momento di cedimento: vuole il bambino “Ida si era docilmente assuefatta a tali arbitrii oscuri; e indugiò, fra dubbi e malesseri, parecchie settimane, prima di riconoscere questo scandalo supremo impensato: che la sua indecente relazione con un tedesco anonimo l’aveva lasciata incinta. L’idea di procurarsi, in qualche modo, l’aborto, a lei non venne nemmeno alla fantasia. L’unica difesa che riuscì ad immaginare fu di nascondere a tutti la sua condizione, finché si poteva” 3.
Stesso indirizzo in “Lettera ad un bambino mai nato” di Oriana Fallaci, ove la donna intende portare avanti la gravidanza a dispetto del suo uomo, del suo ambiente di lavoro e della società circostante tutta: “Stanotte ho parlato con tuo padre. Gli ho detto che c’eri. (...) Ho udito, anzitutto, un profondo silenzio. ‘Quanto ci vorrà?’(...) ‘Parlo di denaro’. ‘Che denaro?’ ho replicato. ‘Il denaro per disfarsene, no?’ Sì, ha detto proprio ‘disfarsene’. Neanche tu fossi un fagotto. E quando più serenamente gli ho spiegato che avevo tutt’altra intenzione, s’è perduto in un lungo ragionamento dove le preghiere si alternavano ai consigli, i consigli alle minacce, le minacce alle lusinghe” 4.
Dunque “Pezzettino mio”, sensibilissimo monologo di Maricchia, ha il pregio di evidenziare questa fondamentale lacuna, presentandoci l’ansia, lo smarrimento, lo sbandamento della protagonista come naturale prodotto della temperie socio-culturale di cui il racconto si nutre.
È un perpetuo librarsi tra l’essere e il non essere, tra il dovere e il piacere, tra la convenienza utilitaristica momentanea e la difficoltà di una scelta “per la vita”.
L’oggettiva maternità di Maricchia ci pone davanti ad un itinerante andirivieni tra il rimorso e la determinazione, tra la salvaguardia della vita e l’inno alla morte.
L’amico mare viene in soccorso: “Se tu avessi le braccia per scaldare questo corpo e la mia pancia fredda, se tu potessi parlare per consolarmi il cuore”.
L’aiuto in questa società ambivalente e antropocentrica è ricercato non nell’uomo, ma in una entità naturale quale il mare, la grande madre che a tutti appartiene. Un’entità che si fonde intimamente allo spirito religioso che guida e sorveglia dall’alto, indicando la strada maestra.
Qual è allora l’approdo di questo viaggio introspettivo ad intermittenza? Maricchia trova la sua giusta dimensione nel desiderio finale di maternità, di vita, e la trova nel Paese dei Lumi.
“Ti farò conoscere il mare e lui ti cullerà sulle sue onde, lui ti insegnerà qual è la vera grandezza. Ti condurrò al paese dei lumi”.
“Sei una cellula, una scintilla, un’illusione, oppure sei vita vera e propria” si domanda la protagonista e ancora “La vita è un lampo: ti illumina, ti abbaglia gli occhi e poi ti abbandona. Nessun lampo però offuscherà mai quella luce che la vita accende dentro di noi al momento della nascita”.
È fatalmente una grande illusione, la vita. Un’illusione che nella realtà delle vicissitudini quotidiane ci permette di eternare momenti indimenticabili che solo la vita e la sua difesa può regalarci. Così come nel “Paese dei Lumi”, che un giorno tutti raggiungeremo, dietro quel colle, dove ci riavvicineremo alla nostra madre, con il nostro bagaglio di esperienze, belle o brutte, ma che vale la pena di vivere.
Abbiamo il diritto di vivere. Tutti.



NOTA INTRODUTTIVA
Alessandro Tonarelli
Cav. di Pistoia
Giornalista “La Nazione”


Il mare. Un mare con cui interloquire configurandovi il grembo materno, come avviene sovente nei film di Marco Ferreri. Il mare è ‘Pezzettino’, quel figlio che forse nascerà o forse no, con cui Emma Nocera parla al pari di Oriana Fallaci nella sua ‘Lettera a un bambino mai nato’. È la legge 194 sull’interruzione della gravidanza. La Scrittrice parla anche con essa, trattandola come un’eventualità atroce ma presente, incombente, possibile come la pillola Norlevo, quel ‘rimedio del giorno dopo’ che la protagonista non ha preso.
Tutto questo rappresenta il fulcro su cui si sviluppa il nuovo ‘parto letterario’ (per il quale, fortunatamente, non c’è 194 che tenga) di Emma Nocera. Donna, pittrice, insegnante e scrittrice, ciascuno di questi ruoli, come altrettante ‘vocazioni’, sono ben connotabili nel suo scrivere, nel suo proporre in modo assai chiaro e intellegibile i suoi drammi di femmina sensibile, attenta e colta, rappresentando i suoi dubbi e le sue elucubrazioni filosofiche, sociali e religiose assemblandoli in un unico insieme. Come fa, dipingendo, con quelle ‘casine’ che l’hanno resa celebre.
Dopo “La Fiumara” e varie altre pubblicazioni, Emma Nocera si offre nuovamente, attraverso “Pezzettino mio”, ad un’analisi della vita che c’è e di quella che ci potrebbe essere, della morte e dell’Infinito, alla ricerca di quel ‘Paese dei lumi’ che trova infine attraverso il rapporto che ha con Pezzettino e Nazzarena, compagna di viaggio in cui Maricchia configura la mamma che non ha avuto. Quella mamma che non ha quindi potuto mai raccontarle favole. Tanto che Maricchia ha dovuto narrarsele da sola, come un Erasmo da Rotterdam credente.
Ma sono davvero favole, quelle che scrive Emma Nocera? È davvero un personaggio di fantasia, ad esempio, Mira, la donna cinquantenne che Maricchia accompagna a casa in taxi? E lo è l’anziano con cui parla, su una panchina, del tempo, del non ‘ritorno’, che ti ruba gli anni e le illusioni ma non fa perdere la giovinezza?
La donna-insegnante-pittrice-scrittrice, che da decenni vive ed opera a Pistoia, affida davvero alle pagine di ‘Pezzettino mio’ una parola per la vita, partendo dall’interloquire con quel mare in cui è configurabile, appunto come nei film di Marco Ferreri, il grembo materno. Quello in cui il piccolo autistico di “Chiedo asilo” ritorna, dopo che ha finalmente parlato, assieme al suo insegnante di scuola materna. Interpretato da quel Roberto Benigni di cui, concludendo, mi sento di mettere in parafrasi l’espressione che egli ebbe concludendo l’ultima delle serate su Dante, di cui egli fu immenso protagonista nella piazza Santa Croce di Firenze: “Emma Nocera ha scritto ‘Pezzettino mio’ non perché Dio c’è, ma perché Dio ci sia”.



In 4ª di Copertina

Da una Nota critica di Mela Mondì Sanò

Lei è là, indifferente verso tutti, in una solitudine infinita, davanti al mare come davanti al suo utero, misterioso quanto il mare, accarezzato dalle onde, che sta contemplando, ma dove all’improvviso può alzarsi la marea.
...
“Pezzettino” è lì, nel mare delle sue mani, e come il mare quelle mani hanno in sé il potere della vita e della morte.
Il cuore della protagonista è libero di scegliere. Quale sarà la sua scelta?

Leggere questo libro significa vivere un’esperienza personale anche se il lettore non è stato mai costretto a fare scelte di questo tipo.


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