EDIZIONI AGEMINA


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DOMENICO GUZZO

RECENSIONI

Renzo Montagnoli recensisce “LA MORTE FRA LA PIAZZA E LA STAZIONE” di
DOMENICO GUZZO

LA MORTE FRA LA PIAZZA E LA STAZIONE
Storia e cultura politica del Terrorismo in Italia negli anni ‘70
di DOMENICO GUZZO
Edizioni Agemina ISBN: 9788896555594
Saggio Storico
copertina con bandelle, br. ill. cucito
pagine 246 - Prezzo Euro 18,00
Recensione di Renzo Montagnoli
Nella storia del nostro paese c’è stato un periodo, che va dal 12 dicembre 1969 al 2 agosto
1980, in cui la vita era diventata un optional. Uscivi per andare al lavoro nel timore di non
fare poi ritorno a casa, la nazione viveva poi in una specie di stato d’assedio, con frequenti
attentati, esecuzioni mirate in pieno giorno, insomma una sorta di incubo che accompagnava
le giornate. Già allora si parlava di eversione nera e di eversione rossa, di un terrorismo che
sembrava perfino protetto in alto loco. Tutto è iniziato quel 12 dicembre 1969 con l’attentato
alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano ed è finito a Bologna il 2 agosto 1980 con
un’autentica strage nella stazione ferroviaria.
Ci sono immagini che non potrò mai dimenticare, macerie avvolte in una nube di polvere, le
urla dei feriti, lo strazio dei morenti, cittadini semplici come noi, in attesa di partire per le
vacanze o dell’arrivo di congiunti in quel caldo agosto del 1980.
Ebbene, al di là di quanto accaduto in quel tragico periodo, senza voler nemmeno pensare
all’orrore, ciò che sgomenta di più è che nessun colpevole è in galera, finendo con l’avvalorare
le ipotesi che allora la gente comune formulava e cioè di una strategia della tensione, in cui un
unico burattinaio muoveva a suo piacimento sia i terroristi neri che quelli rossi.
Sono passati quasi ventotto anni da quel 2 agosto 1980, dalla fine di quella scia di delitti e oggi
ancora sappiamo ben poco.
Per fortuna che è uscito questo bel libro di Domenico Guzzo, un’opera per certi versi straordinaria
e indispensabile per ricordare affinché certe cose non accadano più e per approfondire
il discorso, le ricerche, per fare un po’ più luce in una buia verità.
L’autore è riuscito a scrivere un saggio di notevole completezza e ben strutturato organicamente.
Infatti nulla è stato trascurato e il quadro che ne risulta delinea una situazione sotto tutti gli
aspetti possibili, dalla politica di quegli anni dell’egemone americano, alle culture politiche di
destra e di sinistra, alla storia dei gruppi armati, agli studi di caso, alle conclusioni e perfino
a due illuminanti interviste ad altrettanti magistrati.
Ne risulta un testo di grandissima qualità, indispensabile sia per conoscere quel periodo sia
per mettere mano ad altri studi sullo stesso.
Non manca proprio nulla, nemmeno pagine dedicate al fallito golpe di Junio Valerio Borghese
oppure a una trattazione incisiva ed esauriente del sequestro di Aldo Moro.
Alla fine della lettura non c’è da attendersi la notizia clamorosa, tanto per intenderci quella
che fa il nome o i nomi delle menti di questa folle strategia, perché questo è tuttora impossibile,
per quanto, soffermandoci sui vari punti, qualche idea abbastanza plausibile può essere
fatta, anche se si tratta ancora di ipotesi non verificabili, anzi temo che mai si potrà sapere
con certezza anche fra un secolo.
Tuttavia, per chi ha vissuto quel periodo e per chi invece non era ancora nato, questo libro rappresenta
una provquel periodo e per chi invece non era ancora nato, questo libro rappresenta una
provvidenziale fonte di conoscenza.
E proprio per questi motivi non solo è opportuno, ma è addirittura indispensabile leggerlo.
Renzo Montagnoli intervista Domenico Guzzo, autore del saggio storico “La morte fra la
piazza e la stazione”, edito da Agemina.
D: Mi ha subito interessato questo volume, in quanto esplicativo di un titolo, peraltro indovinato,
è il sottotitolo: Storia e cultura politica del terrorismo in Italia negli anni 70’. Ci puoi
spiegare la genesi di questo tuo lavoro?
R: Credo che la genesi possa riassumersi in una sorta di “Invidia del pene” verso gli anni
Settanta italiani: l’esser nato allorquando le maggior parte delle vicende narrate nel saggio,
erano ampiamente concluse, si spiega con la fascinazione, che su di me ha esercitato, la distonia
fra due caratteristiche estreme dei cosiddetti Anni di Piombo. Da una parte, quella stagione,
mi appariva come la più fertile, culturalmente parlando, della nostra storia repubblicana (si
vedano la forza e l’audacia autoriale del cinema, della musica, del giornalismo e del teatro di
allora); allo stesso tempo, il decennio compreso fra le due grandi stragi di Milano e Bologna,
si presentava come il precipitato di modi nichilisti ed antisociali di esistenza politica. Il mio
saggio s’inserisce e trova giustificazione, per l’appunto, in questo iato apparente, che trova,
addirittura, toni parossistici al giorno d’oggi, nella misura in cui le passioni ideologiche ed il
coraggio artistico paiono soffocare al ritmo della commercializzazione mediatica.
Al fondo della ricerca, ritengo ci sia sempre la volontà di cristallizzare una parte del vissuto
nazionale, al fine di preservarne memoria a favore delle nuovissime generazioni, troppo spesso
ignare degli estremi del nostro recente passato.
D: Immagino le difficoltà di reperire la documentazione, perché la bibliografia di base e che
tu giustamente hai citato in calce all’opera, non è molta e risulta frammentata. Peraltro, di
recente sono stati dissecretati documenti riservati di quel periodo, ma non credo che, prendendone
visione, tu abbia potuto avere notizie assolutamente nuove. Forse ti sono risultate
più utili le due interviste ai giudici Guido Salvini e Libero Mancuso. E’ così?
R: In effetti, la ricognizione dei documenti risulta opaca allo stesso modo in cui risulta grumosa
la ricostruzione storiografica di quegli anni. Corretta, è altresì la tua affermazione, per la
quale nulla di sorprendentemente nuovo sia emerso dalle ultime desecretazioni. Le interviste
hanno avuto, invece, il pregio di confermare alcune ipotesi investigative e di meglio
destrutturate alcuni diffusissimi abbagli.
In sintesi, si può affermare che il modello generale e le linee di tendenza rintracciate, siano
piuttosto efficaci nello spiegare il dipanarsi della violenza politica nell’Italia degli anni ’70;
ciò che manca è l’assoluta limpidezza e sequenzialità delle fonti: lacuna che impedisce di
sistematizzare scientificamente il periodo, e di conseguenza, permette ancora sacche di mera
faziosità e dietrologia.
D: Dato l’argomento scottante, nel corso delle tue ricerche hai trovato reticenza o disponibilità?
R: In generale, ho riscontrato una diffusa disponibilità. Piuttosto mi sento di sottolineare
come ogni fonte (scritta, orale o archivistica che fosse) esprimesse una propria personalissima
verità dei fatti, ben al di là dell’ineluttabile soggettività memoriale. Vale a dire che la freschezza
di quei tragici eventi (alcuni datano meno di 30 anni, dettaglio che li pone ancora nella
sfera della cronaca e non in quella della storiografia) comporta un coinvolgimento personale,
spesso, eccessivo, poco compatibile con una razionale e strutturata ricostruzione dei rapporti
di causa/effetto sottostante quelle determinate vicende italiane.
D: Il tuo lavoro è molto organico, esaminando il fenomeno in tutte le sue sfaccettature e, a mio
parere, costituisce un testo basilare per ulteriori approfondimenti ed è quindi necessario agli
storici, ma è anche al momento l’unica possibilità per cercare di comprendere che avvenne
negli anni di piombo.
Eversione nera da una parte ed eversione rossa dall’altro, spesso intrecciate, a volte con punti
di contatto, al punto che mi viene di pensare che dietro tutte quelle stragi e quegli omicidi
mirati ci sia un’unica cabina di regia.
Qual è la tua opinione al riguardo?
R: Personalmente, anche e soprattutto alla luce delle ricerche, dei colloqui e delle riflessioni
che ho potuto effettuare, non credo alla plausibilità di un unico regista, di un unico grande
cattivo maestro. Credo, invece, che l’estremismo italiano, sia nero che rosso, abbia avuto origini
del tutto endogene (frutto del perverso percorso di modernizzazione italiano, dell’inadeguatezza
della classe politica, di alcune tipiche distorsioni culturali nostrane, e della gabbia
imposta dalle esigenze di guerra fredda), ma che sia stato dolosamente alimentato, al fine di
implementare determinati esiti di politica interna ed estera.
Più che un’unica cabina di regia, bisogna immaginare una sofisticata camera di compensazione,
la cosiddetta STRATEGIA DELLA TENSIONE, all’interno della quale, trovavano coagulo
i bisogni dei due blocchi geopolitici, così come i bisogni di vasti strati di potere nazionale.
Gli anni di piombo registrano continue fluttuazioni, micro-contrraddizioni e repentini cambi
di fronte: ciò fa pensare ad una Strategia della Tensione come sommatoria di plurime, autonome
e spesso configgenti tattiche, che però trovavano intesa in un comune sentire fatto di
preservazione dello Status quo (quello imposto a Yalta) e contenimento di alcune, potenzialmente,
esiziali tendenze politiche, come il filoarabismo palestinese ed il processo di
socialdemocratizzazione del PCI.
D: Pensi che un giorno ci sarà possibile sapere il perché di quegli anni di tensione e chi furono
effettivamente le menti, i mandanti del terrore di quel periodo?
R: Sinceramente credo di no: le collusioni e i benefici politici di quella lunga scia di morte
sono troppo estesi per essere una giorno dipanati. Lo scenario maggiormente plausibile parla
di uno stillicidio di documenti d’archivio, che permetteranno la validazione di singole ipotesi
storiografiche, ma mai dell’intero quadro d’insieme. Fra molti anni, credo si possa arrivare
ad un condiviso affresco delle ragioni di fondo che avevano permesso le modalità di quella
stagione, ma moltissimi punti oscuri persisteranno, alla luce di 2 motivazioni: a) il tempo
cancellerà le esistenze, e le relative possibilità chiarificatrici, di alcune fondamentali personalità
a conoscenza di ristretti e perversi segreti; b) il susseguirsi di tanti anni di deduzioni,
controdeduzioni, rivelazioni, immediate smentite, forzati oblii e sfacciate reticenze, hanno
ammantato quelle vicende di una tale coltre di nebbia, che anche l’emersione della fedele
ricognizione dei fatti, troverebbe rapido affogo!
D: Questo è il primo volume che pubblichi con le Edizioni Agemina. Come ti sei trovato, hai
avuto assistenza adeguata?
R: Alla casa editrice posso solo esprimere un’autentica gratitudine, nella misura in cui ha
deciso di puntare su un giovane sconosciuto e di agevolarlo in tutte le maniere che le erano
possibili. In un mondo editoriale piuttosto chiuso e pavido, Agemina è stata l’unica isola di
promozione culturale, cui i miei sforzi sono potuti approdare. L’esser qui oggi, a discutere di
terrorismo e caratteristiche culturali degli anni ’70 italiani, lo si deve per la maggior parte,
all’assistenza ed alla disponibilità offerti dalla casa editrice.
D: Programmi letterari ce ne sono? Se sì, ci puoi anticipare almeno di che si tratta?
R: Sì, ce ne sono. Alcuni riposano ancora nell’orizzonte delle possibilità, altri hanno, invece,
maggiore concretezza. Nell’immediato sto approntando una nuova ricerca storiografica, che
si concentra sui rapporti fra l’Italia fascista e la Svizzera: è un argomento che ha trovato
sinora un interesse estemporaneo, ed a tratti folkloristico, ma che credo, di contro, possa
essere rivelatore di una parte della spiegazione, per la quale la Svizzera abbia visto preservata,
caso unico, la propria neutralità in un più generale contesto di sfacelo collettivo europeo.
Resta ben inteso che la ricerca sul fenomeno terroristico italiano non trova soluzione di continuità
e che mira a successive pubblicazioni, ogni qualvolta rilevanti novità vengano alla luce.


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