Edizioni Agemina 2015

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Alessandro Mariotti

recensioni
 
 

Intervista di Renzo Montagnoli ad Alessandro Mariotti, autore
del libro La toga sbiadita, edito da Agemina
D: Perché un magistrato in pensione da più di un lustro decide di scrivere
un libro cosÏ?
R: Ho iniziato a scrivere il libro circa due anni fa quando ho avuto la
disponibilità di maggior tempo libero, anche se l'idea era maturata in
me ancor prima, quando, ancora in servizio, come ho accennato anche
nel mio scritto, ho cominciato ad avvertire un certo logorio fisio-psichico
che ha contribuito, anche se non in modo determinante, alle mie dimissioni
dalla magistratura. Tuttavia ciò che soprattutto mi ha spinto
alla mia iniziativa editoriale, devo ammetterlo, Ë stato il desiderio di
togliermi un sassolino dalla scarpa, svelando l'inerzia, per la salvaguardia
del quieto vivere, di importanti organi istituzionali anche
all'interno della stessa magistratura, rispetto all'esigenza di estirpare
la mala pianta dell'arbitrio, della prevaricazione ed in definitiva dell'illegalità,
che ha messo radici profonde nel tessuto delle nostre amministrazioni
statali e non solo. Al di fuori da ogni facile populismo, ho
inteso inviare un messaggio non solo ai giovani magistrati che si apprestano
a svolgere in condizioni sempre più difficili le loro delicatissime
funzioni, ma anche all'uomo della strada, sempre più spesso vittima
di una sistematica disinformazione, mistificazione e manipolazione
informativa sulle responsabilità della mala o denegata giustizia, ad
opera dei giornali e soprattutto dalla televisione.
D: Quindi, quando si sente dire che la nostra giustizia Ë malata, non si
esagera per nulla, ma se i sintomi sono facilmente riconoscibili (lunghezza
estenuante dei procedimenti, incertezza della concreta applicazione
della pena, tolleranza per i reati compiuti da determinati influenti
personaggi), le cause e i rimedi sono quasi sempre nebulosi
nelle comunicazioni dei mass-media.
Di cosa soffre esattamente la giustizia italiana?

R: la nebbia che circonda i cittadini in ordine alle cause dei malanni
delle giustizia ed ai possibili rimedi non é casuale: é voluta, direi
preordinata, da chi ha interesse a non cambiare nulla o da chi pretende
addirittura, annullando i progressi che sia pure con difficoltà si sono
ottenuti negli ultimi cinquant'anni per eliminare almeno le più gravi e
vistose contraddizioni tra la legislazione in vigore, residuata dal vecchio
regime fascista ed il nuovo regime democratico come disegnato
dalla Costituzione del 1948 ( una delle migliori al mondo, persino superiore
a quella di Weimar, adottata dalla Germania dopo la fine della
prima guerra mondiale), di controriformare il sistema giustizia, in sostanza
restaurando il verticismo e la gerarchizzazione allíinterno della
magistratura allo scopo reale di limitare l'autonomia e l'indipendenza
dei giudici,é evidente che ciò fa comodo a chi vuole continuare a comandare
e a fare affari senza i lacci e lacciuoli delle leggi.
La verità é che, con la scusa di combattere la politicizzazione dei magistrati,
si vuole da più parti delegittimare agli occhi del popolo un'intera
categoria di servitori dello Stato. A mio avviso una magistratura
indipendente (anche se non irresponsabile) fa paura a tutti, a destra al
centro, a sinistra, sopra e sotto; la vorrebbero invece certamente i
cittadini, ma nel nostro paese essi sono in gran parte frustrati o politicamente
impotenti.
Ciò non significa che anche una parte dei giudici (fortunatamente
minoritaria secondo la mia esperienza) non abbia responsabilità e non
certo quella attribuita loro da denigratori interessati, ma invece quella
che deriva da sacche di impreparazione professionale, opportunismo,
indolenza lavorativa, corporativismo.
Quanto ai rimedi da adottare, da molto tempo i giudici associati hanno
indicato la strada da seguire, proprio opposta a quella intrapresa da
Berlusconi e soci negli ultimi anni ed ignorata anche prima dai precedenti
governi.
In realtà, é mancata la volontà politica, sia del centrosinistra che del
centrodestra, di muoversi nella direzione giusta, che é poi semplicemente
quella dellíapplicazione della Costituzione.
D: Di quali riforme in particolare ha bisogno il nostro sistema giudiziario?
Eí un combinato di interventi, che, se applicato, sarebbe in grado di
risolvere finalmente i problemi e questi consistono:
1) nella necessaria revisione delle circoscrizioni giudiziarie,ai fini dellíabolizione
dei tribunali più piccoli (ben 88 su 165) e di una più razionale
distribuzione degli Uffici sul territorio che determinerebbe, da un
lato, risparmi di spesa e, dall'altro, una migliore utilizzazione sia del
personale sia di magistratura che amministrativo;
2) nella riqualificazione della spesa, convogliando le risorse finanziarie
disponibili anche su investimenti idonei ad equiparare il nostro sistema
giustizia agli standards dei paesi più progrediti dell'Europa, ad
esempio a favore dellíassistenza legale dei non abbienti, eliminando
gli sprechi e modificando líanomalia di un bilancio ove il 70% appartiene
alla spesa corrente (essenzialmente per gli stipendi) e solo il
30% Ë adibito agli investimenti;
3) in una seria, radicale riforma del Codice Penale, risalente al vetusto
Codice Rocco, con un nuovo testo che non solo adegui la scelta dei
reati da perseguire e delle pene da applicare in una democrazia moderna,
ma soprattutto riservi la pena del carcere ai delitti più gravi e
preveda invece come pene principali e non semplicemente accessorie
quelle pecuniarie, e soprattutto una gamma di sanzioni penali non
restrittive, ma assai pi˘ certe ed efficaci (come le interdizioni, le sospensioni
le radiazioni, revoche delle licenze, le confische, il lavoro
non retribuito socialmente utile e simili);
3) nella riforma dellíordinamento giudiziario, per adeguarlo completamente
al modello disegnato dal Costituente e quindi allíirrinunciabile
autonomia e indipendenza dei magistrati, nellíinteresse non di questi
ultimi, ma dei cittadini tutti. La legge dovrebbe davvero essere uguale
per tutti, anche per quei privilegiati eccellenti che, rossi, neri od azzurri,
vorrebbero, stravolgendo la Costituzione, se non addirittura
reintrodurre quel sistema verticistico, burocratico e gerarchico in vigore
durante il regime fascista, far ripiombare i giudici in quel limbo
omologante di conformismo giurisprudenziale in cui si trovavano negli
anni í50, quando la nuova Costituzione del 1948 stava nelle soffitte (o
nelle cantine) non solo dei governanti, ma anche dei giudici e,
segnatamente, di quelli della Corte di Cassazione.
D: Una delle accuse mosse ai magistrati, considerati unici colpevoli del
malfunzionamento della giustizia, Ë quella di lavorare poco, di essere
insomma poco presenti in Tribunale. Premetto che non condivido questa
opinione, ma in effetti quale Ë líorario di lavoro dei giudici?
R: Nessuno é in grado di accertare direttamente quanto lavora un
giudice, neppure tramite le rilevazioni statistiche che periodicamente
vengono effettuate anche dagli ispettori ministeriali che periodicamente
e sistematicamente effettuano le ispezioni programmate in tutti gli
uffici giudiziari.
I dati contenuti nelle relazioni ispettive possono solo essere significative
della quantità delle udienze e dei provvedimenti (decreti, ordinanze,
sentenze) adottati da ogni singolo magistrato, ma non certamente
della loro qualità ed in definitiva del tempo lavorativo da lui impiegato.
Innanzitutto va chiarito che non esiste un orario di lavoro per i magistrati,
a differenza di altre categorie di dipendenti statali.
Certamente essi hanno líobbligo di assicurare la loro presenza fisica
per partecipare alle udienze prefissate e per ottemperare agli
adempimenti e le incombenze, talora anche urgenti, che la legge prevede
siano effettuate entro certi termini. Ciò vale sia per i Pubblici
Ministeri che per i magistrati giudicanti.
Quello che la gente comune dovrebbe sapere Ë che i magistrati non
lavorano solo presso i Tribunali, ma anche e prevalentemente a casa
loro. Anzi Ë proprio qui che si svolge l'attività più importante e delicata:
lo studio delle carte, la riflessione, la decisione e la stesura dei
provvedimenti più complessi ed impegnativi.
Sostenere che i giudici lavorano in media per due ore al giorno, come Ë
accaduto di recente, rappresenta una solenne sciocchezza da parte di
interessati denigratori oppure di soggetti cosÏ ignoranti e sprovveduti
da non sapere che essi lavorano, senza alcuna visibilità, anche e soprattutto
a domicilio.
Che poi vi siano non pochi magistrati indolenti, infingardi e poco laboriosi
non si può negare e la cosa più grave é che il sistema di controllo
per molte ragioni resti inefficace, talora per carenze informative, talaltra
e più spesso per colpevole connivenza dei capi degli uffici, dei Consigli
Giudiziari e dello stesso C.S.M., organi tutti affetti da deprecabile
corporativismo.
In pratica si verifica purtroppo che le sanzioni disciplinari (censura,
perdita di anzianità, ecc.) vengano irrogate dalla sezione disciplinare
del C.S.M. ai magistrati che, venendo meno non al dovere di essere
imparziale, ma a quello di sembrarlo agli occhi dei cittadini, esternano
sui giornali o alla TV le loro convinzioni politiche magari opposte rispetto
a quelle dei poteri dominanti e non anche a quelli che si sottraggono
ai più elementari doveri professionali lavorando poco o male od
omettendo di aggiornarsi professionalmente.
Ciò detto, non posso però fare a meno di sottolineare il fatto di aver
conosciuto, nel corso della mia trentennale carriera, sia direttamente
in uffici giudiziari, sia in occasione di incontri di studio organizzati dal
C.S.M. giudici altamente operosi, alcuni dei quali sino al limite della
resistenza psico-fisica.
Insomma in magistratura, come del resto in tutte le professioni, cíé un
poí di tutto. Nel settore del pubblico impiego di vagabondi ce ne sono
tanti, ma non mancano anche  quelli che lavorano più del dovuto, al
posto degli impiegati che sono perennemente fuori stanza o a prendere
il caffè o a leggere il giornale,con buona pace del ministro Brunetta:
perchè allora prendersela solo con i giudici lavativi?

Alessandro Mariotti
La Toga Sbiadita
Memorie di un giudice
Edizioni Agemina ISBN 9788895555362
www.edizioniagemina.it
Collana I libri della memoria
Pagg. 144 - Prezzo • 13,00

Prefazione di Renzo Montagnoli
La figura del magistrato, soprattutto al giorno d’oggi, non è ben chiara alla
maggior parte dei cittadini, abituati a considerare negativamente tutto quanto
concerne la giustizia. Processi troppo lunghi, l’incertezza stessa della completa
applicazione della pena comminata al reo, casi giudiziari che vengono dibattuti
più che nelle aule dei tribunal, in certi spettacoli televisivi, se da un lato hanno
portato alla ribalta la figura dell’uomo che deve giudicare, dall’altro hanno
mostrato una certa insofferenza per questa importantissima attività, identificando
genericamente “chi accusa” e “chi giudica” come un’unica entità, in ogni
caso parte di una casta che in apparenza vuole dominare. Se si aggiungono poi
le frequenti lamentele di una parte politica sull’operato delle toghe, a volte definite
spregevolmente“toghe rosse”, si può comprendere come esista una notevole
confusione fra i cittadini, spesso incapaci di comprendere il ruolo e le funzioni
della magistratura.
Chi non ha mai frequentato le aule di giustizia non può effettivamente capire,
così come coloro che hanno scarse conoscenze di diritto, ma sinceramente sulla
lunghezza dei processi, tranne rari casi, nulla può essere imputato alla magistratura,
cronicamente sotto organico, e obbligata a rispettare codici di procedura
che, anziché snellire l’iter, lo aggravano, rendendo di fatto impossibile che
i procedimenti possano essere ragionevolmente brevi.
Quindi è improponibile parlare di malessere della giustizia, come tanti pretendono
di fare, senza avere una corretta conoscenza del sistema, che vede coinvolti
non solo i magistrati, ma anche le forze di polizia e, soprattutto, i politici.
Alessandro Mariotti, in pensione dal 2002 e magistrato di lungo corso avendo
ricoperto svariati incarichi in tribunali diversi, ci conduce con questo suo libro
dall’emblematico titolo “La toga sbiadita” a scoprire ciò che non va nell’ordinamento
giudiziario italiano e a proporre soluzioni, che ormai hanno il sapore di
estremi rimedi per una malata quasi agonizzante e alla quale un potere forte
governativo ha in animo di praticare l’eutanasia.
La mano dell’autore guida la penna non alla ricerca di termini inusuali per i
non addetti ai lavori, e quindi incomprensibili, ma tende a chiarire, affinché
tutti possano comprendere, e per far questo si avvale anche dell’escamotage di
raccontare la propria esperienza, da giovane uditore fino a magistrato di sorveglianza,
un percorso costellato di casi, anche gustosi, di cui viene data succinta
notizia, ma del tutto reali e dove le uniche fantasie sono costituite, per ovvi
motivi, dall’invenzione dei nomi dei protagonisti e delle località.
Chi pensa di essere a digiuno di diritto, non abbia timore, perché il tutto è gradevolmente
leggibile e introduce poco a poco al fine dell’opera, con l’ultimo
capitolo dedicato alla necessità delle riforme e a ipotesi delle stesse.
Tutto già noto anche in questo caso? Non direi, perché è l’esperienza che ancora
una volta suggerisce.
Se ci siamo ridotti in questa situazione comatosa ciò è dovuto a diverse cause:
- la struttura elefantiaca, burocratizzata della giustizia civile, gravata anche
da provvedimenti legislativi spesso scoordinati e varati non tenendo
esattamente conto del contesto reale in cui avrebbero dovuto essere applicati;
- l’incompleta applicazione del dettato della nostra Costituzione, particolarmente
stridente relativamente alla giustizia penale, tuttora sostanzialmente
imperniata sul vecchio codice Rocco, di chiara impronta fascista.
E’ forse una dimenticanza dei nostri legislatori, impegnati in problemi
più impellenti? No, rientra nel quadro di un mantenimento dello status
quo, di quella posizione dominante dei poteri forti ai quali una giustizia
lenta e farraginosa assicura la conservazione integrale dei privilegi.
E nemmeno la ventata di tangentopoli è accaduta per caso, perché finalizzata,
lasciando entro certi limiti la mano libera ai magistrati, a svecchiare cariatidi
politiche divenute ormai inutili e improduttive, secondo il classico paradigma
di cambiare tutto affinché poi ogni cosa torni uguale come prima.
In questo quadro si inserisce poi il desiderio di liberarsi di un potere autonomo
quale quello giudiziario, per eroderne le basi, sottometterlo e infine asservirlo
alle proprie volontà, svilendone funzioni e sistemi; ed ecco allora sorgere i progetti
di legge per il processo breve, per la riforma dell’ordinamento giudiziario
con la separazione delle carriere, affinché in un futuro abbastanza prossimo
campeggi nell’aula dei tribunali la classica scritta, così modificata: “La giustizia
è uguale solo per tutti i sudditi”.
Uno stato in cui si applica la giustizia con imparzialità, equità e in tempi abbastanza
brevi è uno stato civile, ma purtroppo da noi non c’è più civiltà e, a
breve, forse non ci sarà più nemmeno uno stato.
Questo libro, per la chiarezza con cui viene illustrata l’attività del magistrato,
per la lucidità e imparzialità con le quali vengono affrontati i problemi strutturali
della giustizia, suggerendo anche le possibili e concretamente realizzabili
soluzioni non solo merita di essere letto, ma sarà sicuramente condivisibile da
chi ha ancora occhi per vedere e cervello per capire.
Lacune e rimedi
In questo quadro si inserisce poi il desiderio di liberarsi di un potere autonomo
quale quello giudiziario, per eroderne le basi, sottometterlo e infine asservirlo alle
proprie volontà, svilendone funzioni e sistemi; ed ecco allora sorgere i progetti di
legge per il processo breve, per la riforma dell’ordinamento giudiziario con la
separazione delle carriere, affinché in un futuro abbastanza prossimo campeggi
nell’aula dei tribunali la classica scritta, così modificata: “La giustizia è uguale
solo per tutti i sudditi”.
Uno stato in cui si applica la giustizia con imparzialità, equità e in tempi abbastanza
brevi è uno stato civile, ma purtroppo da noi non c’è più civiltà e, a breve,
forse non ci sarà più nemmeno uno stato.
Questo libro, per la chiarezza con cui viene illustrata l’attività del magistrato, per
la lucidità e imparzialità con le quali vengono affrontati i problemi strutturali
della giustizia, suggerendo anche le possibili e concretamente realizzabili soluzioni
non solo merita di essere letto, ma sarà sicuramente condivisibile da chi ha
ancora occhi per vedere e cervello per capire.
(Dalla prefazione)
Ci si potrà chiedere come mai io torni in argomento dopo aver scritto la prefazione
di questo libro ed è la domanda che mi sono posto e la cui risposta mi ha
indotto a stilare la presente.
I motivi sono essenzialmente due:
1) l’intervista successivamente da me fatta all’autore e dalla quale sono emersi
ulteriori elementi di giudizio;
2) la possibilità di meglio puntualizzare alcune opinioni che nella prefazione,
anche per ragioni di spazio, possono apparire forse incomplete.
Che la giustizia italiana sia malata e non funzioni come dovrebbe in uno stato
moderno e democratico mi sembra del tutto inconfutabile. Ricorrere alle decisioni
di un giudice è quasi sempre un percorso lungo, tortuoso, incerto nei risultati
come nei costi, sempre elevati. E parlo di giudizio civile, di una normale lite,
e non certo di un processo penale, pure esso caratterizzato da insostenibili lungaggini
e da pene che sovente non danno soddisfazione alla parte lesa.
Chi ha più danno da queste storture è sempre il cittadino meno abbiente, non di
rado vittima prima per la sua condizione economica, e non poche volte ancor di
più dopo, stroncato nelle sue ragioni dagli avvocati di controparte, spesso veri
principi del foro, che lui, povero diavolo, non può permettersi.
In ogni caso proprio la lunghezza dei procedimenti finisce per il favorire chi ha
recato offesa, e non è infrequente che liti si trascinino per così tanto tempo da
vedere l’intervento degli eredi, in caso di premorienza dell’attore o del convenuto,
o addirittura di entrambi.
Ad di fuori del sistema giudiziario i cittadini brancolano nella nebbia, hanno
un’idea indotta del procedimento e dei magistrati, o per sentito dire, oppure per
intrusioni politiche non di certo disinteressate.
Com’è quindi che funziona, cos’è che non va, come è possibile rimediare: di
questo si parla in questo libro, dove, partendo dagli inizi di carriera di un giudice
si arriva alla sua fine, attraverso una serie di episodi chiave di cui, per ovvi
motivi, sono riportati nomi fittizi delle parti in causa e delle località delle stesse.
Non sono fatti inventati, sono fatti veri e proprio per questo riescono a dare
un’idea dei concreti problemi di questa importantissima struttura che ogni giorno
che passa sembra vacillare sempre di più.
E per dare un’idea esatta di come appaia in tutta la sua crudezza il malanno è
necessario precisare che Alessandro Mariotti non è stato né un magistrato eroe,
né un magistrato lavativo, è stato semplicemente “il magistrato”, quella figura
che in silenzio assolve al proprio dovere perché si sente servitore dello stato, e
quindi di tutti i cittadini. Certamente non si è comportato da burocrate ottuso,
pur nel rispetto delle regole, né ha mai avuto manie di protagonismo, insomma
quello che un imprenditore, se la giustizia fosse l’attività di un’azienda privata,
potrebbe definire un elemento valido su cui fare affidamento.
Come lui, per fortuna, ce ne sono tanti altri, anche se non mancano quelli che
vivacchiano aspettando lo stipendio o altri, pochi per fortuna, che cercano di
trarre un profitto personale dalla loro attività.
La magistratura, come sancito dalla Costituzione, è autonoma, e questo a vantaggio
di tutti; ciò non toglie che in un paese come il nostro, in cui il
corporativismo sembra innato, si delinei una casta dei magistrati, pur tuttavia
lontana da situazioni, da arroganze e anche da aspirazioni di potere da altre
ben più agguerrite, come quella dei politici.
Dopo aver fornito esempi reali dei problemi della giustizia e dopo averli individuati,
l’autore procede a stilare un ventaglio di possibili provvedimenti per risolverli,
soluzioni in verità condivise e propugnate da molti suoi colleghi, con la
differenza che le proposizioni non solo vengono avanzate in termini accessibili
ai più, ma appaiono convincenti, realizzabili anche in tempi brevi, senza essere
punitive per i cittadini, che anzi ne trarrebbero benefici, e per le casse dello
stato.
Nell’insieme quest’opera costituisce quindi più di un motivo d’interesse, perché
fa luce, e in modo chiaro, su problemi che tutti avvertiamo, ma la cui portata e
la cui soluzione sono sovente mistificati da politici che più che avere a cuore la
soluzione per il bene comune perseguono invece solo vantaggi particolari.
Non mi resta, quindi, che raccomandare la lettura de La toga sbiadita.
Nato a Empoli ( FI ) il 01/07/1940, Alessandro Mariotti consegue la laurea a
pieni voti in Giurisprudenza nel 1966, presso l’Università di Firenze, con una
tesi di diritto costituzionale sulle Regioni. Si congeda dal servizio militare di
leva con il grado di sottotenente di complemento e con l’abilitazione all’insegnamento
di Diritto, Scienza delle finanze e Statistica, ottenuta mentre fa il militare.
Svolge, come supplente, attività di insegnamento negli Istituti Tecnici e contemporaneamente
espleta funzioni di vice-pretore onorario. Nel dicembre 1969 partecipa
a un concorso nazionale per tre posti di ricercatore aggiunto del C.N.R.
ed, ottenuta la nomina, presta servizio presso l’I.D.G. di Firenze del C.N.R.,
sezione di documentazione giuridica automatica, che utilizza i primi computers
dell’I.B.M. Nel 1970 frequenta a Pisa, presso il C.N.U.C.E. (Centro Nazionale
Universitario di Calcolo Elettronico) un corso di formazione professionale per
l’apprendimento del PL1, un linguaggio di programmazione per l’elaborazione
informatica di dati alfanumerici, finalizzata all’analisi di testi giuridici condotta
nel menzionato Istituto di ricerca. Vinto il concorso per la magistratura, nel
1972 si dimette dal C.N.R. e prende servizio, come uditore giudiziario senza
funzioni, per il tirocinio che durerà un anno. Avute le funzioni giurisdizionali, il
Mariotti sceglie una Pretura del Nord, ove viene addetto alle cause civili di locazione,
per tre anni. Si trasferisce poi in Toscana, dove lavora come giudice del
lavoro e delle cause previdenziali ed assistenziali, oltre che di locazione, per un
intero decennio. Nel 1986, a sua richiesta assume, nella stessa sede, le funzioni
di magistrato di sorveglianza, svolte per sedici anni. Dopo aver percorso tutte le
tappe della carriera e, con la qualifica di consigliere di Cassazione idoneo all’esercizio
delle funzioni direttive superiori, rassegna le dimissioni volontarie
con decorrenza dal gennaio 2002. Pochi mesi dopo il Mariotti si iscrive all’albo
degli avvocati per l’esercizio dell’attività forense, quasi esclusivamente nel settore
del-l’esecuzione penale sino all’agosto 2009.

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